Sunday, 13 March 2011

Prego per un luogo familiare






Sono stato in Giappone l'ultima volta quasi due anni fa. La prima volta, invece, dev'essere stata a inizio anni Ottanta, guardando Trider G7 o qualche altro cartone dove abbondavano strane polpette di riso, riferimenti culturali sempre meno inspiegabili e sempre più familiari. Quante volte ho riletto le pagine di "Ore Giapponesi" di Fosco Maraini. Quante volte ho letto i libri di Mishima, di Murakami, perfino della Yoshimoto. Ho vissuto con la testa nei fumetti della Takahashi al punto da vedere il primo anno della mia vita da universitario stranamente fusa con gli accadimenti di Maison Ikkoku. E Toriyama, e qualche migliaio di videogame, e la Yellow Magic Orchestra, Joe Hisaishi e Ozu, e Kurosawa, e Juzo Itami, e Kitano. Che saranno le emanazioni più pop e da esportazione del Giappone, se volete, ma non per questo sono meno giapponesi.
E se ovviamente questa fascinazione si è sviluppata a partire da un criterio esotico, non lo è più da anni e anni. Ora rappresenta per me la categoria del familiare. Per me e per tanti della mia generazione, e per tanti delle generazioni seguenti. Non si può parlare in termini di gaijin o non-gaijin, perché non è che io mi senta o voglia sentirmi giapponese, sento più che altro il Giappone, o una parte di esso, come parte di me.
Non ci sono altre ragioni per cui un evento tragico ti tocca o meno: se ha a che fare con cose a te familiari la tua anima sobbalza, si angustia, si prostra, cerca la forza di pregare. Altrimenti, il solito cinismo/menefreghismo entra in azione. Per questo ora prego per il Giappone, perché ho giocato in quei cortili, ho pregato in quei monasteri, mi sono allenato a Tana delle Tigri, ho mangiato okonomiyaki e ho pescato con Sampei. Ho aspettato pazientemente a un passaggio a livello al tramonto nella periferia di Tokyo, ho fatto bisboccia cantando insieme a personaggi improbabili. Qualcosa è successo davvero nei miei viaggi nel Sol Levante, la maggior parte è successa nella mia mente, nel mio condividere pagine, suoni immagini. Ma tutto è assolutamente familiare, e mi sento scosso, perché una parte della mia "famiglia interiore" sta soffrendo. E' un sentimento straniante, ma è così che funzioniamo, e non ci possiamo fare niente. Capita così, siamo esseri meno "locali" di quanto pensiamo. Contano i nostri luoghi dell'anima, che possono essere ovunque, nello spazio e nel tempo, ma albergano nel nostro spirito, per non dire cuore.

Così prego per questo luogo familiare.
Non riesco a pregare guardando i filmati del Giappone di questi giorni, che i media ci restituiscono con un bonus morbosità +10% ogni giorno che siamo più distanti dal terremoto.
Prego come mi viene, umanamente riguardando degli orribili filmini fatti con la macchina fotografica in una Tokyo di due anni fa, bella di un cielo cangiante e di strade da seguire a zonzo, come se ci fosse tutto il tempo del mondo, come se non si dovesse tornare in Italia. Filmati rubati con la macchina accesa a tracolla, perché la compostezza delle persone mi impediva volgarmente di riprenderle apertamente (certo, ho fatto anche di peggio "rubando" i filmati, ma non posso illudermi di non essere un occidentale!). Sono filmati di pura esistenza, dove non succede niente - ovvero succede il divenire del tutto nella sua naturalezza.


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Shibuya. In mezzo all'incrocio più celebre di Tokyo.
Perso in una danza di cui non conosco i passi.

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Quartiere periferico di Mitaka. I bambini giocano.
Potrebbero essere bambini di ovunque,
il che mi rincuora.

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Akiba. Ragazzini del 2009 che giocano a un gioco del1986.
Se mi conoscete potete immaginare
che momento di commozione stessi vivendo.

E dalle immagini di un anno fa, passo già a pensare a quelle che il Giappone mi restituirà da qui a un anno, quando ci avrà dato un ennesimo esempio di dignità, di forza e di capacità di non mollare mai, superando questa catastrofe. Per intanto, prego per un luogo che ho scelto come parte della mia famiglia.

4 comments:

Anonymous said...

Rispetto e ammirazione per il popolo giapponese. Eventi come questo anche se si è semplicemente un simpatizzante per una cultura diversa dalla nostra lasciano segni indelebili. Nel documentarmi su ciò che sta succedendo di ora in ora in Giappone resto spiazzato dalla forza e dalla compostezza che questo popolo riesce a dimostrare anche in una situazione così catastrofica e, allo stesso tempo resto inorridito dall'inumanità sfoggiata dai media nel documentare la vicenda...
Nel leggere il tuo post mi sono commosso, senza voler fare particolari sviolinate posso dire di aver sentito il turbine di sentimenti che ti ha investito quando lo scrivevi...
Per tutto il resto credo che non resti altro che pregare per le sorti di un popolo ed una terra di incomparabile bellezza ora travolta da un immane tragedia.

Anonymous said...

Io credo nell'efficacia e nella forza di questa preghiera laica. Se oggettivamente non aiuta loro, soggettivamente aiuta lo spirito, ma diciamo pure il cuore, tuo e di chi legge.
S

Exmodus said...

Queste tue parole, sono un'ode al paese del sol levante, una vera e propria poesia...non occorre aggiungere altro.

Andrea Peduzzi said...

Bellobellobello