Monday, 27 June 2016

Tracce sul sentiero della memoria [parte 2]


Be', non potevo accettare di metterci un anno a pubblicare la parte 2 di questo articolo - troppo umiliante per me e per la razza umana in generale. Quindi eccolo qua. E se non avete letto la prima parte, eccola là. Senza quella, brancolerete nel buio senza capire che è sta bizzarra sequenza di robe facete.

13 I Mini Robots - Space Robot



Quindi, una volta che hai fatto Gakeen, che altro devi fare? Superarti, se ti chiami Vito Tommaso..Questo brano è semplicemente immenso.
Il testo. Come interpella l'ascoltatore. Volgi lo sguardo un momento in alto lassù / la in fondo dove i tuoi occhi non vedono più. Guarda l'inguardabile, pensa All'infinito, E' LEOPARDI, CAZZO! Ok, l'uso  di "giovanotti" è stucchevole, ma intanto mi è scoppiato il cuore in goolaaa, gooolaaaaa...
La musica? Fin dai due potenti, originalissimi accordi iniziali, si capisce che sarà una cavalcata in uncharted territories of the sigle. Rispetto a gackeen gioca più sull'unità di stile tra strofa e ritornello, non tanto in termini di melodia, perché lì lo stacco c'è (uno dei miei cambi di tonalità preferiti DI SEMPRE), quanto di groove complessivo. La voce maschile filtrata (che è, un flange?) che si sente chiaramente nel ritornello è probabilmente di Vito Tommaso himself, e il mix da master fatto da Bersanetti la tira fuori come non capitava nell'unica altra edizione su CD esistente. Il piano e la chitarra elettrica che dialogano con eleganza matematica e calore umano, proprio come un robottone giapponese deve saper essere. E l'obbligato di synth che va su e giù nelle sue discese ardite e le risalite?
E in tutto questo, c'è questa fantastica dizione da sigla per cui i robot sono robò. Ed è giustissimo così. Domo arigatò, mr. robò.


14 Daniel Sentacruz Ensemble - Pepper




Oh, pezzaccio. Se pensi che questi son quelli di Soleado non ti ci raccapezzi. Mai vista questa serie poliziesca. Pepper Policewoman? Mah. La musica si propone come la risposta discofunk a Starsky & Hutch, con fiati scatenati, un basso che slappa come fosse appena arrivato da Detroit, momenti con i soliti accordi di James Bond massì-hai-capito, nel ritornello c'è pure un clavinet trafugato da Stevie Wonder, poi arriva anche un pianoforte che non si sa mai, cori a profusione, voce uomo voce donna, violini-tensione. La professionalità è questo: magari non sto facendo "l'arte", è una sigla, ma la faccio al meglio e spendendoci comunque dei soldi. Lode a Ciro Dammicco, perché è il suoo arrangiamento che crea qui un piccolo classico dimenticato.
Si dice che negli anni Novanta venisse storpiata in "Popper, Popper" dagli estimatori di questa sostanza, ma l'ho in effetti inventato in questo istante.


15 Gianfranco D'Angelo - Vai con la bici


Be', non poteva andare bene per tutto il doppio cd, no? Mica c'erano solo sigle che parlavano ai bambini con un linguaggio musicale da grandi. In quegli anni ci si beccava anche tonnellate di sigle assolutamente Zecchino d'Oro compliant, con la variante "dialogo tra bambini e adulti". Qui l'adulto è Gianfranco D'Angelo, che tanto amavo da bambino, e tanto mi risulta insopportabile ora, solo a sentirlo voglio cambiare canzone. E lo faccio, con la consapvolezza che non l'ascolterò mai più. Eh. Ma poi io odio le mazurke, mi danno la senzazione che sta per tornare la guerra.

16 Omni - Green Line




Omni, ma anche Jean Pierre Posit, alias di Claudio Gizzi. Non mi dilungo sull'ennesimo musicista di talento con una storia tutta da scoprire che va da Visconti a Wahrol. Vi basti sapere che poi è finito a scrivere la sigla per "Agricoltura domani - Linea Verde", che ti aspetti delle zampogne e piva piva l'olio d'oliva, e invece Omni è un tifoso dell'elettronica spaziale e quindi si concentra sulla parte "DOMANI" del titolo piuttosto che su quella "AGRICOLTURA", venendosene fuori con una roba fuori di testa da viaggio intergalattico coi Daft Punk che hanno al massimo diriitto di pulire i posaceneri dell'astronave. Non so niente di Mario Maggi e del synth da lui inventato, l'mcs70, ma se i suoni che si sentono vengono da lì (Gizzi in altre occasioni ha collaborato con lui) questo signore è un altro gran ficone nella storia dell'elettronica italica. Resta la follia di associare l'agricoltura a 'sto trippone.
Per certi versi il brano più sorprendente e riscopribile della raccolta.


17 Superband - Fantaman



Dopo le sigle, intendo nel mio iter formativo musicale, sono passato senza passare dal via dritto agli anni Sessanta, alla Liverpool di Dougie, Meakin che guardava agli States ed è finito a Roma a fare figate (e dio sa se non meritava ancora più successo come interprete di quanto comunque ne ha avuto). Ascoltando la strofa di Fantaman  non c'è da stupirsene. Sembra anche un po' (un po'?) il groove di You're the one that I want da Grease. Meakin regna col suo cantato perfetto, con l'accento inglese che fa storia, con la risata satanica del dottor Zero che è leggenda. E com'è l'entrata de ritornello, che scioglie il ritmo serrato in una cavalcata pop rock dei buoni sentimenti? Praticamente la cifra stilistica dei Rockin' Horse. Adoro i cori e le seconde voci solo quando serve, cioè poco, perché Meakin fa tutto lui.



17 Superband - La forza del bene

[Eh! Non c'è mica su YouTube!]

L'usanza di mettere sul lato b dei singoli delle sigle un pezzo secondario scritto ad hoc per la serie, che ne affronti i temi sotto una differente sfaccettatura, sarebbe dovuto essere LEGGE. Come gli opening e gli ending jappi. Sentite questo brano, profuma di lato b finché volete, ma scorre gradevole. "Gradevole" è una categoria estetica che il mondo sembra voler dimenticare.

18 Manuel Manù - È strano, ti amo



E qui la madeleine è fulminante, roba sepolta chissà in quale anfratto della testolina. Sigla del programma "Fresco Fresco", che poi era il contenitore di roba altalenante per ragazzi di RAI1, poteva capitarti Mazinga Z ma anche Michele Strogoff, o Astroboy o magari Angelica, nella difficoltà dei programmisti a capire la logica di flusso e i tempi che sono sempre già cambiati quando pensi che stanno per cambiare. Io so che in un'edizione c'era Barbara d'Urso e che in quegli anni poi mi capitò non so come un "Playboy" in mano con la medesima Barbara d'Urso davvero molto giovane e discinta e cominciai a dubitare che il nudo fosse solamente una cosa naturale, e a sospettare che ci potesse invece essere un sottotesto alternativo. Una reazione, diciamo.
Ancora oggi, nonostante tutto, non riesco a scagliarmi come chiunque altro contro Barbara d'Urso. Diciamocelo: per quella foto di Playboy. E basta.
E questa sigla, be' sì, me la sono ricordata subito, appena sentita. Mi piace. Trovo che incarni con limpidezza il concetto di musica leggera. Il vuoto assoluto, l'innocuo, ma con una sartorialità musicale impeccabile, le doppie voci, un tappeto (be', uno zerbino) elettronico ma non troppo, le rime baciate, la melodia che sa cosa fare e dove andare e quando, addirittura, stupire. Un loffio così ben definito da avere senso.


19 Andrea Lo Vecchio e i Piccoli Cantori - Sally sì, sally ma


Ah, Andrea Lo Vecchio. Altro nome troppo grosso per questo già troppo lungo papiro. La voce, per i "siglari", riporta inevitabilmente a Bia, ma come paroliere le ha fatte anche più grosse, il nostro, da Gundam a Astroganga a... Sally (davvero, skippiamo tutto il discorso pop regolare, vecchioni, ho scelto bach e tutto il resto). Ed è un bel brano, Sally sì Sally ma, una marcetta rock con la verve de "Il trenino" di De Sica o di "The Monkey", che avrei addirittura attribuito allo stesso autore (mentre le musiche sono di Roberto Soffici e i testi di Albertelli, in quel caso - ma là era tutto un giringiro e Lo Vecchio e Soffici hanno altre volte collaborato, quindi mah!).
Per il resto ho il ricordo di un periodo in cui guardavo Sally e la principessa Zaffiro a casa di una mia zia che aveva la tivù in camera da letto, cosa impensabile all'epoca a casa mia, quindi thug life, sdraiato a letto a guardare la tivù tipo a sei anni. Wow.


20 I Piccoli Cantori feat. Nadia Biondini - Maghetta Sally


Eccotelo che torna, il buon Vito Tommaso, per la sigla finale di Sally. Ellallà, addirittura una opening e un ending, roba da profonda giappolandia. La storia  è intricata, tanto che questo brano fu sì sigla finale ma non lato B del singolo corrispondente, dove finì invece il pezzo descritto qui a seguire. Il brano in sè è grazioso come si compete a una majokko, anche se la signature figaggine di Vito Tommaso emerge proprio in pochissimi accordi.


21 Sally la maga


Vito Tommaso poetico. Se il mondo fosse in mano ai bambini, ci sarebbe parecchio casino, ""ma la guerra non ci sarebbe più". Dai, roba che un po' mi commuovo come in certe lennonate d'antan. La musica non pompa, ma povero Vito Tommaso, non è che poteva sparare roboanti cori robotici anche nelle serie più delicate. [Su YouTube ho trovato questa versione suonata Live da Vito Tommaso a Lucca, 2009 - cercate anche gli altri brani di quel live, nonché quelli del 2008: altri momenti fantastici che ho ben pensato, per puro snobismo, di perdermi].


22 Paola e Federica - Gioventù



E quando sei già satollo di sigle che non ne puoi quasi più, arriva la celeberrima mentina montypythoniana, che è però in questo caso è grossa come l'ennesima madeleine proustiana. Lo guardavo, questo programma contenitore, ah se lo guardavo! Amavo la sigla, mi sembrava la cosa più poetica mai concepita. La leggiadria. Musica di Tempera e testi di Albertelli, un duo capace, con Mina, di portarmi le lacrime agli occhi. Ma se c'è una madeleine che è invecchiata male è proprio Gioventù. D'altronde la gioventù invecchia, soprattutto per colpa delle due interpreti, probabilmente le figlie (gemelle o pare ammè?) di qualcheduno che ci teneva a farle cantare. E hanno cantato. Con tutti i tipici artifizi possibili all'epoca per mascherare le voci, comunque si sente questo mugolio stereo che faticosamente segue gli ottimi saliscendi melodici escogitati da Tempera.
Ma il vero dramma è il testo di Albertelli, che probabilmente ha avuto cinque minuti per scriverlo mentre fumava un cigarillo sul balcone.
Fino al vento del nord, metrica a parte (excalibùr?) ancora ci stiamo.
Vento del est è parecchio meh, ambizioso nell'unire marco polo, te' e zingari.
Vento del sud: cominciano i grossi problemi metrici e contenutistici.
Sul vento del west Albertelli cala le braghe: "sai di oro e saloon, giri come un computer" è evidentemente una frase scarabocchiata su un foglietto nell'ascensore della EMI, cinque secondi prima di incontrare le interpreti.
Però l'arrangiamento... Eh, resta uno di quei pasticcioni con gli archi alla James Last anni Settanta che comunque gli si vuole bene. Come non volere comunque un po' bene alla propria gioventù, di cui queste sigle sono lo specchio? Nel mio caso, naturalmente, specchio vecchio: poi voialtri avrete tutto il tempo, tra un po' di anni, di rimpianger Giorgio Vanni.

Extra Track: Vito Tommaso feat. Ilaria Andreini + un botto di gente - Peline Story Live


Dai, non si può chiudere con Paola e Chiara, pardon, Federica. Voglio chiudere con il più bel brano mai usato nella storia del mondo della vita delle sigle del tutto di sempre e per sempre. Una storia anche bella da raccontare, che va da vecchi leoni del progressive rock italiano a Georgia Lepore che tutto sommato non ricorda volentieri il periodo. Quindi niente, ascoltatela e basta, godetevi l'interpretazione di Ilaria Andreini e ripetete il mantra: "lunga è la tua strada, ma ce la farai". Un abbraccio.


Thursday, 20 August 2015

Tracce sul sentiero della memoria [parte 1]


Il primo, sostanziale regalo non è nemmeno il doppio CD che ho ricevuto in regalo, quanto che la motivazione sia stata "come ringraziamento per le cose che fai", riferito agli streaming videoludici che nell'arco di quest'anno abbiamo portato avanti Fabio Bortolotti ed io sul suo canale. Sicchè Ivan Bersanetti, consulente tecnico (oltre che socio fondatore) dell'Associazione Culturale TV-Pedia (nonché di Tivulandia) mi ha regalato questo CD che è una assoluta rarità, visto che non è nemmeno in vendita, bensì un cadeau originariamente riservato ai membri all'associazione culturale omonima.
Che CD. No che non andrebbe guardato, in bocca a caval donato. Ma se la dentatura è di tale caratura, perché no?
Si intitola "Super Video Stars". Un nome che, anche senza sapere di che si tratta, già parla di un'epoca lontana, perché in tempi recenti niente potrebbe avere un titolo così semplice, candido e potente. I contenuti lo confermano: si tratta di una raccolta di sigle di programmi televisivi, di telefilm e di cartoni provenienti da quell'epoca felice della televisione che si colloca tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta. Col senno di poi, un'epoca tanto felice quanto struggente, poi la televisione cominciò a cambiare e a seguire logiche che in troppi casi non premiavano tanto la qualità quanto altri aspetti del prodotto. C'era una Rai stuzzicata dall'arrivo delle prime emittenti private, che la costringevano a esplorare nuovi linguaggi per restare competitiva. C'era una fame micidiale di programmi che sapessero parlare a 'sti benedetti giovani, che già cominciavano, tra 70s e 80s, a mostrare l'ennesima mutazione, perennemente indecifrabile per sociologi, psicologi e giornalisti.
E allora come accalappiare 'sti giovani, oltretutto sempre più giovani, visto la crescente esposizione televisiva di fasce d'età fino a poco prima relegate al concetto di "Carosello e poi a nanna"? Be', con quella cosa lì, la musica. E la musica delle sigle TV è un termometro fantastico, epoca dopo epoca, di cosa piace o non piace ai giovani. Allo stesso tempo, grazie alla ripetizione spesso quotidiana, le sigle funzionano a mo' di mantra che non solo segue, ma pure forma i gusti (giovanili e non).
Sul loro potenziale culturale, tuttavia, i loro stessi autori erano abbastanza ingenui: ne capivano l'importanza commerciale, ma le concepivano come un prodotto quasi di serie B, senza un reale valore artistico. A volte si facevano in gran velocità, magari riciclando o plagiando. Eppure... Eppure ora sono qui con questo doppio CD di sigle che, per quanto in gran parte dimenticate dai più, sopravvivono come oggetti culturali da preservare. E spesso sorprendono, perché magari proprio questo processo creativo alla bell'e meglio, unito al mestiere e professionalità di compositori ed esecutori, le rende diverse, audaci, energiche, perfino sperimentali.
Quindi anch'io, nel resoconto di  queste 23 tracce (più 10 basi musicali) cercherò di avanzare spedito. Con un avvertimento: sarà difficile non mettere i "nostalgia goggles" di tanto in tanto, perché sul limitare della memoria molti brani mi si sono parati innanzi come un compagno di prima elementare che non vedi da trentacinque anni, ma che riconosci all'istante. E con grande emozione.

Nota: ovviamente i link ripescati da YouTube qui a seguire difettano proprio di quella che è il più grande pregio della collection: la qualità audio che sgorga copiosa dai master originali.


1 Daniel Santacruz Ensemble - Uffa, domani è lunedì



Partiamo con un pezzo che non ho mai sentito, giuro. Loro son quelli di Soleado, qui in un numero disco dal testo totalmente risibile, diremmo populista. Ma - e c'è lo zampino di Tempera - che groove. Il moog di “I feel love” con ritmo disco, cori quasi Abba e interessanti inserti di chitarra classica, più gli immancabili fiati. La pura forza di musicisti impeccabili che trasforma il nulla in... qualcosa.

2 Il Baricentro - Endless Man


Sigla della serie tv "Racconti di Fantascienza”. La ricordavo, in particolar modo perché da piccolo mi metteva paura. Quell'ostinato di moog, quel tempo sincopato, gli arpeggi elettronici liquidissimi. Oggi invece mi rasserena e lo trovo decisamente pregevole nella sua vena retro-fantascientifica. Eh sì, il futuro non è più quello di una volta.

3 Superband - Supereroi


Per il contenitore televisivo "noi superoi", un pezzo che giustamente parla un po' di tutti, senza troppi problemi "questo è marvel" "questo è DC". Sticazzi. Il brano è marginalmente un plagio di Take a Heart dei Sorrows, che però viene stravolta con l'inevitabile - per l'epoca - obbligato elettronico, dei suoni che sembrano presi di pacca da Space Invaders o Computer Games degli YMO, aspetto che rivela una sensibilità notevole a ciò che più è cool e contemporaneo. Sopra tutto, troneggia la voce pazzesca di Dougie Meakin, qui super blues. E che testo, diretto, carico di... di leadership. Mi arruolo, Dougie. Dimmi dove firmare.

4 Superband - Forza ragazzi

[video non su youtube, desolé]

Una alternate take di “ Noi supereroi”, con giusto una strofa cambiata chissà perché. Forse per far sì che i collezionisti, trent'anni dopo, restino con questo misterioso e instricabile rovello.    

5 Orlando L. Johnson - On the Sunny Side of the Street


Se c'è un pezzo di questo doppio CD che qualsiasi quarantenne conosce (pur non scientemente!) è proprio questo bel brano disco cantato in falsetto da, pensa te, il fratello di Wess: accompagnava gli annunci di Italia 1, figurati. Il brano, non il fratello di Wess, che al limite accompagnava Dori Ghezzi. Wess, non il fratello. Oh, insomma.
Tu, come me, mai penseresti di arrangiare uno standard jazz di Fats Waller del 1930 in maniera così sfacciatamente dance, e invece è una bomba. Irresistibile, forse un po' lungo coi suoi 4 minuti, ma hey, è la disco.

6 Stefania Rotolo - Disco Tic


Il mondo si divide in chi compiange Stefania Rotolo e chi non sa chi sia, ma quando poi gli fai sentire i brani di Stefania e poi gli racconti la sua drammatica storia, be', si mette a compiangerla. Non ci dilungheremo certo qui. Con Malgioglio nei suoi anni migliori alle spalle, Disco Tic presenta un testo sensibilmente demenziale, da Erminio Macario (e la nostra aveva iniziato proprio col grande comico). Stefania non si decide davvero se cantarlo o recitarlo, ma nell'insieme sembra più un'intenzione interpretativa che un limite. Strambo, ma non stupido, e con sotto 'sto discofunky da paura.

7 Stefania Rotolo - Cocktail d'amore


"IL pezzo" della brevissima carriera di Stefania. Mellow latineggiante che si definisce lungo il suo dipanarsi come slow pop, con un sassofono birichino e un'interpretazione vocale che non ti aspetteresti da una showgirl che in teoria ha il suo punto di forza nell'energia danzereccia. Emozionante.

8 Stefania Rotolo - Marameo



Ecco, questo invece è il MIO pezzo preferito della Rotolo. Praticamente in tempo reale, il testo ironizza sui nuovi eroi dei cartoni giapponesi che, per i bambini, hanno ormai soppiantato i miti di una volta. Un rap serratissimo che sembrerebbe ammiccare a quanto succedeva musicalmente States, ma secondo me c’è un grande debito verso Petrolini nello stile irriverente che non lascia fiato.
Curiosamente si citano anche Jeeg e il grande Mazinga, che pure non erano del roster RAI (mentre il brano veniva eseguito proprio nell'ambito del programma RAI "Tilt". Come non fossimo già al cospetto di una genialata, a sorreggere il tutto c'è una base discofunky che non perdona. Capolavoro.

9 I Mini Robots - Jet Robot


Quando entra in campo Vito Tommaso non c'è molto da fare - è un compositore, arrangiatore e direttore d'orchestra senza rivali nel mio pantheon personale di sigle televisive. Uno dei pochi a utilizzare in maniera perfettamente sensata i cori di bambini - non senza averci ficcato in mezzo Rita Monico, già corista di Mina, a fare da ossatura "frequenziale" al coro. Jet Robot è forse il suo brano "robotico" che mi piace meno - e mi piace tantissimo! Notate le rifiniture della base ritmica, raffinata ma che mantiene tutto il "tiro" necessario per un brano che, alla fin fine, parla di uno dei robot più duri e tragici di Nagai, Getter Robot.

10 I Mini Robots - George

[sì, lo so, lo so]

Numero giustamente più comico e meno epico, perfetto appunto come sigla dello strampalato George of the Jungle. Che non ricordo di aver mai, MAI visto all'epoca. Se non altro la sigla me la sarei ricordata, un giro melodico elegantissimo e molto intelligente, apparentemente circolare ma che al momento giusto sa sfociare nel potente ritornello. Occhio anche al middle eight semi improvvisato. Se solo non dicesse proprio TUTTE quelle volte "George".

11 Little Tony - Love Boat (Profumo di mare)



Questo è il brano di Vito Tommaso più celebre, vuoi per l'esposizione televisiva eterna, vuoi per questo Little Tony insolitamente calmo e crooner che canta, appropriatamente, "ma COSAA SUCCEDE SONO CAMBIATO". Il brano è più adatto a una piccola barca a vela che sfreccia a largo di una barriera corallina che non a una tronfia nave da crociera - ed è un complimento al brano. Intro di invidiabile raffinatezza, cori gloriosi ma leggeri, una strana pianoletta verso la fine del brano (spesso Tommaso sceglieva solo instruments davvero bizzarri) e tanto tanto amore. Meglio addirittura della sigla originale americana? Non mi pronunzio.

12 I Mini Robots - Gackeen magnetico robot


Ma siamo pazzi. Qua siamo veramente alla follia. E' tutto giusto, giuro. è un brano che smaccatamente incarna alla PERFEZIONE quella che era l'intenzione dell'autore. E' un libro aperto, è cristallino. Vito Tommaso voleva ottenere esattamente questo. Ve lo dico io. con questo grazioso tono da invasato. Il testo, che parla dei protagonisti di gakeen ma anche in generale del rapporto tra l'uomo e la donna, voce dolcissima, ti domandi che minchia c'entra tutto ciò con i robottoni e BAM, parte il ritornello con una rullata di tom infinita e parte la disco, col bassista che si sta divertendo come un pazzo con gli unza unza in ottava e un gusto per un attimo più melodico che ritmo. Nel mentre succede di tutto, cori, chitarre elettriche, controchitarre elettriche, e una spece di clavinet o come si chiama, col batterista che apre tutto quello che può e colpisce i piatti con espressione ebete e groove totale. Assolino inspiratissimo e via verso la fine netta e perfetta.

[FINE PARTE 1 - sarebbe quasi pronta anche la seconda, ma preferisco i post ben cotti]

Wednesday, 22 July 2015

Eightlandia - il teaser (Planet O!)


E poi c'è questo. Un assaggio della raccolta di sigle di cartoni animati che sto componendo insieme, 50-50, all'aureo Kenobit. Con il Game Boy. Un unico, singolo Game Boy. Sigle italiane, sigle giapponesi (tra quelle trasmesse anche in Italia) a quattro canali. Solo Game Boy. 

Sentite il suono di pistola all'inizio del brano?
E' quello che iniziava le puntate italiane della prima serie, giacca verde, di Lupin. 
L'ho campionato dal VHS con il Game Boy. E' tutto così retrò che fa il giro. 

Eightlandia uscirà a fine anno. La tracklist è ancora segreta. Per ora ecco un assaggio, montato sul video della sigla della nuova serie di Lupin che debutta in Italia il 29 agosto. A riprova che Planet O non c'entra mai una mazza, ma sta bene con tutto. Da sempre. Per sempre. Perfino sul Game Boy.

Monday, 20 July 2015

A Videogame Summer


Lead Singer: Marco Calcaterra aka THE SANGRE
Game Boy Arrangiamentos & OOOH LA LA LA: Andrea Babich


Video: Marco & Roberto Calcaterra


Another visitor. Stay a while, stay forever! Another summer brings another nightmare, Another season blinded by the light. Here's their perfect recipe for relax: Human sacrifice into the sun. I cannot seem to have a conversation, everybody acts like a fool. Cannot give my brain this humiliation: AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!

The Sun is shining, don’t be sad, everyone’s going to the beach. You can stay home all by yourself playing your favourite videogames. Stop the whining, grab your pad. Let's meet online and fight the dead. Just face your fears and carry on playing our favourite videogames. Life was meant to be more than this, Oooh la la la ah, so give me a sale on Steam and a leaderboard to win.

While you're catching fire in your boredom, I breeze along the freeway with my car. Though I've got some blisters on my fingers, I will never let go of my pad. I'm thirteen again and this regression means I have more time for myself . I will stand against massification. (DESTROY HIM, MY ROBOTS)

The Sun is shining but not for long, everyone disappears again. What a pathethic world of ghosts moving around like NPCs! How uninspiring this can be, gaming you can do anything: you can ride trucks and pick up girls playing your favourite videogames.

In the end, you see, life is clearer now: They'll never understand, and I'll never change my game.

Saturday, 3 January 2015

Vent'anni fa fiorivo


Un'amica ha ritrovato un mio acquerello che le ho regalato esattamente vent'anni fa. Per il dinamismo insoddisfatto che caratterizza l'essere umano, è ben più soddisfacente ritrovare un disegno creduto perduto, anzi, spazzato via dalla memoria, che non riguardare una delle tante opere da sempre nella propria vecchia cartelletta polverosa. Custodire gelosamente non dà gioia e, nell'insignificante e effimera durata di un'esistenza umana, nemmeno ci si può davvero crogiolare pensando a un qualsivoglia valore intrinseco, financo tecnico, di una propria creazione. Un po' di conforto venga allora da questo acquerello ritrovato, anzi, più che dall'acquerello in sé, dal suo mero ritrovamento e dai pensieri associativi che scatena. Chi ero, chi sono, cosa avrei potuto essere e tutte quelle domande tanto interessanti quanto intime, personalissime, inutili allorché si tratti di renderne partecipi altri esseri umani che hanno da brigare, e giustamente, con le medesime domande rivolte da loro stessi a loro stessi. 

Però fiorivo, e sceglievo l'acqua per rappresentarlo. E ne è passata, di acqua, sotto i ponti eraclitei. E i fiori son sfioriti, e altri semi sono stati piantati, e alcuni mai son germinati, e altri alberi si son fatti oramai. Così vanno le cose, così devono andare.  

Wednesday, 1 October 2014

1984. Il bambino Babich e i videogiochi

Salutando un'estate di trent'anni fa.

Estate 1984, quella tra la quarta e la quinta elementare: un journal davvero poco intime, quello commissionatoci dalla maestra Silvia come compito per le vacanze. Voi raccontate cosa avete fatto, e poi i passi più interessanti li leggiamo in classe.

Esattamente trent'anni dopo ho ritrovato il diario di quella estate. Le conoscete, sono state anche le vostre. Le estati apparentemente infinite, lunghe tre mesi, che quasi ci si riusciva ad annoiare, dal tanto tempo libero ci veniva concesso. Coi genitori che facevano salti mortali per far sì che i bambini, almeno loro, riuscissero a godere appieno di quello spazio caldo e arioso.

Fu un’estate molto importante, per il futuro del bambino Babich, perché in quella estate scoppiò il suo amore incondizionato per i videogame. Certo, nel 1984 i videogame non erano più una novità tra i bambini italiani. Space Invaders si era imposto in tutti i bar possibili immaginabili dal 1980 in poi, e anche il bambino Babich si era sottoposto alla rituale partita underage (i coin-op, non lo ricorda mai nessuno, erano vietati ai minori di 14 anni). Fu una splendida partita di 15 secondi, ma almeno ebbe il lusso di non essere disputata abbarbicato sopra uno sgabello, come ogni giocatore anziano ama ricordare di sé, bensì ai comandi di un comodo cocktail table nell’Hotel Ladinia di San Vito di Cadore (BL). E poi c’erano i Game & Watch Nintendo che sbucavano dalle tasche dei bambini più fortunati già nel 1982. Il VCS e l’Intellivision (che tutti i bambini chiamavano Intelevision) e, per aggirare i genitori più ansiosi e facoltosi, i primi computer 8 bit. Con tutto il ritardo del caso, perché tra Italia e America (e Giappone!) c’era comunque un gap di mesi, se non anni, sul lancio di certi prodotti, è palese che i commercianti nostrani si erano sbattuti parecchio per impallinare quanto prima possibile l’italica prole con copiose scariche videoludiche.

Il bambino Babich, però, era fino a quella fatidica estate del 1984 un utente saltuario, normalmente interessato ai videogame come a uno tra i tanti nuovi giochi possibili immaginabili. D’altro canto, durante l’anno scolastico, nei bar ci si fermava giusto il tempo di un gelato e di un caffè di mamma o papà. Non c’era uno spazio dedicato dove conoscere e approfondire senza genitori, senza fretta, senza tempo.

Quello spazio arrivò sotto forma di un campeggio d’agosto, con la sua umile sala giochi di sette coin-op financo vecchiotti, con il bar con altri tre coin-op un po’ più cutting edge. Giorni e giorni a fare finta di andare in spiaggia finendo sempre al bar, alla sala giochi, al bar e alla sala giochi, senza un soldo, ore e ore ad osservare le partite degli altri. Con le immagini pixellose che pian piano divoravano il posto di tutto il resto nella testa del bambino Babich. Divoravano i cartoni, divoravano il Lego, divoravano i Micronauti. Anzi, più che divorare il resto, diventarono un paio di occhiali kantiani lo-res con cui tutto il resto, da allora, sarebbe stato osservato grazie a categorie nuove. Nuova estetica, nuova etica. La musica elettronica. 



Sintomaticissimo che i primi tre post che il Babich adulto abbia poi scritto per questo blog siano un proprio un tentativo di affresco emozionale inerente questo momento di formazione datato agosto 1984 (in inglese presumibilmente al fine fondamentale di raggiungere con il Verbo miliardi di persone):





Ma ecco le scansioni delle pagine del diario. Il bambino Babich, se possibile anche più di quello adulto (cfr. spocchiosi link soprastanti), aveva grande bisogno di pavoneggiarsi. Ancora scevro del suo lato più cupo, che si sarebbe manifestato di lì a pochi anni, era uno sfrenato, giocoso esibizionista. L'idea di scrivere un diario delle vacanze ad uso terzi (l’intera classe!) risultava più eccitante di un palcoscenico. E lo stile è così sovreccitato - imborezzà', si direbbe in triestino, che è perfino involuto rispetto agli standard di quella età. 




La prima testimonianza del bambino Babich in merito ai videogame da sala non è sui contenuti degli stessi. O su cosa siano i videogame. L'attenzione, disperata, è tutta per i soldi, o meglio per la loro drammatica scarsità. Dissimula, il nostro, scrivendo "sono solo un osservatore". Heh. In generale, queste pagine sono dominate da un candore fulminante, quello dello scrittore ingenuo che crede di poter formare in piena libertà l'opinione dei lettori quando in verità, nel celare goffamente la realtà, egli la manifesta con raddoppiata intensità. Anche il millantato credito (letteralmente), va da sé, è una invenzione dell'imberbe Babich, che vuole qui dipingersi Gastone che trova i crediti nei coin-op passandoci davanti per caso. Per tre volte. Ma UN MOMENTO. Rinsavisce, reboot e via a spiegare un po' di lessico videoludico.



La nomenclatura videoludica è affascinante. Il bambino Babich, pur non possedendo ancora una accettabile padronanza lessicale della propria lingua, sa già che la conoscenza dei nomi equivale alla detenzione del potere, e si lancia in una disamina terminologica che si arena ben presto. Cosa dirà l'audience, la classe confusa da tante nozioni spiegate grossolanamente? Meglio buttarsi su un altro argomento, un qualsiasi altro argomento, prima che il brusio in sala si faccia insostenibile. È così sciocco consumare quasi tre pagine così. 


Incomprensibile, il riferimento è alla discoteca del campeggio, che effettivamente sparava fino alle due il meglio della peggiore ItaloDisco possibile immaginabile. Non in una delle infinite, sfinenti serate revival di musica anni Ottanta: erano gli anni Ottanta in tempo reale. Ci pensate? Sono esistiti. Questi fogli ne sono la testimonianza. Per la cronaca, il bambino Babich non aveva ancora una radio propria, quindi non si sa bene quale radio potesse accendere a tutto volume - peraltro, alla radio avrebbe trovato esattamente la stessa ItaloDisco che impazzava di lì a qualche centinaio di metri. Anni Ottanta. Non si esce vivi, dai medesimi.

Ma orsù! Sono passate dieci righe. Probabilmente, pensava il piccolo scrivano triestino, è di nuovo sicuro tornare ai videogiochi. E stavolta si fa sul serio. Le prime recensioni di una vita. Con screenshot amanuensi. 




E' il futuro, bellezza. Ai bambini piace un sacco il futuro. Doveva ancora esserci il 2000, era tutta una corsa al futuro. Fa specie che parlare di quel futuro, ora come ora, sia parecchio un atteggiamento passatista. Ma non c'è soluzione, è un problema, se non filosofico, per lo meno di tempi verbali. Ma possiamo ingannarlo parlando al presente del bambino Babich, sofferente in primis di non poter riempire del magico nero dello schermo del monitor  i suoi disegnini scribacchiati su una sdraio o su un mobile in formica e compensato da roulotte. Lo sfondo bianco dei disegni, dall'incontro epifanico coi videogame in poi, è vissuto come un'onta dal bambino Babich. Black is black. Fuck quaderno a quadretti se non posso scrivere bianco su nero. Righe? Oldskool. Matite? Campitura fallimentare, do want acrilico catodico.

Conoscete i giochi rappresentati (certo un pelo più intelligibili grazie alle schermate qui riprodotte che non nei disegni tremanti del bambino Babich)? Se siete anziani videogiocatori, qualcosina dovrebbe esservi noto, ma non è il punto - il bar e la sala giochi del campeggio offrono quello che possono, è il Dio dei Cabinati che sceglie per te cosa farti trovare nel bar sotto casa. Potresti vivere il 1987 ignaro dell'esistenza del tuo gioco preferito perché non abiti a Roiano ma a Gretta Alta. Potresti pensare che i cabinati di Star Wars dove ti siedi e piloti l'X-Wing sono solo un pesce d'Aprile di una redazione milanese che si inventa complotti ai danni dei provinciali tediati da sale giochi sguarnite. Potresti tutto questo e molto di meno, se il Dio dei Cabinati ha deliberato così. No, senti, tu giocherai a Mr Do! e a Crush Roller, quest'anno, perché va così. Campeggio Punta Spin? Bene, puppati PengoLady BugTail Gunner che però conoscerai solo come Sky Fire perché quello c'è scritto sul maruqee  del cabinato. E Turbo di Sega te lo farò conoscere col nome fittizio di Indianapolis perché sì, perché chi l'ha piratato gli ha cambiato il nome per sfizio, sostituendo l'ambulanza con la camionetta dei vigili del fuoco. E poi ti metto Scorpion, che tu per quindici anni penserai che era un gioco straniero piratato e invece no, al contrario, era un gioco totalmente made in Italy e per questo ora che sei vecchio e stanco e te lo vuoi comprare per ricomporre inutilmente i tasselli della tua infanzia non puoi, non puoi perché è raro, introvabile, addio, ed è meglio così, te lo lascio come sogno cui anelare, sono il Dio dei Cabinati e tendo a essere un po' prolisso, scusa bambino Babich torna alle tue recensioni, che manco sapevi che così si sarebbero chiamate, e che addirittura ne avresti poi scritte per campare per dieci anni e passa..




Pengo, che poi il Dio dei Cabinati aveva in realtà chiamato PENTA nella versione pirata presente nel campeggio, permettendo però ai giocatori di conoscerne il vero nome grazie a un bambino che l'aveva già giocato in un bar di Campodarsego (PD). Pengo/Penta scaraventa il bambino Babich in uno stato di fregola massima. "E" senza accento. L'uso del "semplicemente" per superare lo stress derivante dalla complessità del soggetto trattato. "Cocinella". Fuori controllo. QUI BISOGNA MANGIARE TUTTO. La schiacciante convinzione reaganiana che tutto ciò che di buono esiste al mondo deve per forza venire dall'America (mentre, dei giochi sopra disegnati, solo un coin-op, Tail Gunner, è effettivamente Made in USA). Interessante l'elenco degli insetti che fungono da avversari. Il cabinato di Lady Bug del campeggio doveva, pur essendo un anonimo prontoscheda, avere sui lati un adesivo con le istruzioni per giocare, citate nella pagina del bambino Babich con la tipica approssimazione di chi scrive mentre mangia pane, burro e zucchero. Una ricerca rivela però che quei nomi, per storpiati che siano, erano stati memorizzati e trascritti a partire da una fonte originale




"Mangiare lo schermo" non è male. Una metonimia inversa. parlare di "Il tipico 3D" nel 1984 poi è una mistificazione, è come se nel 1969 qualcuno avesse chiamato Tommy degli Who "il tipico concept album". Ma tipicizzare qualcosa di nuovissimissimo a pedate lo rende meno alieno e più gestibile.

Dall'altro lato, il 3D per l'epoca altrettanto spettacolare di Turbo/Indianapolis passa in secondo piano di fronte alle scritte in ITALIANO. Cioè, come è possibile che un ritrovato della scienza moderna come i videogame, che sono, ricordiamolo, americani per definizione, abbia dentro delle scritte in italiano e pure - come ricordato dal Dio dei Cabinati - il camion dei Vigili del Fuoco? Resta a tutt'oggi un mistero, perché di questo cabinato italianizzato si sono completamente perse le tracce, nemmeno  i massimi esperti nazionali sanno dare risposta a questa che pertanto sembra più che altro un'allucinazione infantile di un'estate troppo calda e troppo libera.





Era solo l'inizio. Avrei di lì a qualche mese cominciato ad acquistare regolarmente riviste di videogame. Dapprima solo "Videogiochi" e poi man mano le altre. Credendo di apprendere di videogame, mentre in realtà stavo apprendendo anche logiche editoriali, dinamiche comunicative tra redazione e lettori e tante altre facezie che mi permisero poi di vivere con serenità i lunghi anni passati come redattore, tra le altre, della rivista ufficiale Xbox e di quella Nintendo. Potrei dilungarmi in merito a tutte le altre influenze che mi hanno realmente permesso di dedicarmi alla carriera di giornalista prima e di game designer poi. Ma quelle sono naturali concatenazioni, prodromi, paralipomeni, quel che volete. Tutto deriva dall'estate del 1984, dallo strano pattern con cui una serie di impressioni si sono andate a cristallizzare nella mia coscienza, addirittura prendendone il posto, in certe fasi della mia vita. Intendo dire che è stato un gioco rischioso, quello di riempirsi la testa di videogame così tanto e con una simile intensità. A tratti i loop, i mandala videoludici diventavano nel mio cervello la forma stessa dei pensieri, una sorta di meditazione all'incontrario che  proietta il sé lontano anni luce dal centro della propria coscienza, verso la dimensione del non esistente. 




Mi rendo conto di suonare piuttosto criptico. Ma se avete giocato abbastanza a Tetris forse potete capire. Quella sensazione per cui i tetramini continuano a fioccare nella testa anche dopo che avete smesso di giocare. Mentre camminate e guardate i palazzi. Mentre cercate di dormire. Mentre la morosa vi parla. Ecco. Ora immaginate che questa diventi la norma, la forma stessa dei vostri pensieri. Per me, da quel 1984, in molti momenti è stato così. Alle volte mi risuccede. Tra tutte le forme espressive, per una qualche misteriosa ragione di chimica cerebrale o di chissà cos'altro, i videogiochi riescono a entrare in simbiosi con il mio cervello come nessun altro medium. Posseduto. E se sono sopravvissuto è stato solo per uno sforzo cosciente e costante. Ma questa è un'altra storia - il bambino Babich, sperduto nella calda estate del 1984, potrebbe quasi sembrare un tenero esempio di stupore infantile. E non una flebile farfalla alle prese con una splendida e pericolosissima tela di ragno.