Saturday, 19 December 2009

Devendra Banhart live
nonostante i Magazzini Generali,
Milano, 18 dicembre

Foto rubata a qualcun altro e inerente il concerto del 5 dicembre allo Sheperd's Bush di Londra, ma l'atmosfera, l'uomo e il berretto erano gli stessi!

E così, out of the blue, mi sono ritrovato al concerto di Devendra Banhart, un'ipotesi plausibile, fino a poche settimane prima, come i cavoli a merenda.
18 dicembre, ai Magazzini Generali. Nevicava, oh, se nevicava, e voi sapete quant'è bello quando nevica, e poi Devendra e la neve sembrano due concetti che si sposano benissimo. Peccato che in mezzo ci fosse Milano e i milanesi. Non che i milanesi siano tutti insopportabili fighetti freddi e snob, aborriamo queste generalizzazioni! L'89% degli spettatori del live di Devendra, però, sì. E la neve creava un'ansia logistica: andare, tornare, come fare, probabilmente. Insomma, io e i miei graziosi amici e amiche eravamo nelle prime file insieme a un valoroso manipolo di vibrazionisti positivi. Ma dietro, oh, dietro di noi si apriva una voragine senza coscienza di gente distratta che chiaccherava, soprattutto nella parte di set acustico. Pur trovando ridicola la dicotomia tra forze del bene e forze del male tra il pubblico, essa era decisamente tangibile. Uno vuole fare l'amore, a un concerto, mica la guerra! E invece.
Capitan Devendra ha suonato impeccabilmente, così come il suo gruppo-che-cambia-sempre-nome, ora ribattezzato The Grogs, tra i cui membri s'impone il batterista Gregory Rogove, che a mia volta ribattezzerei RoGroove. Tra loro, un'intesa eccellente, anzi, sorprendente, ma era come se, ogni volta che Devendra o gli altri mettevano il muso fuori dal loro cerchio energetico sciamanico, dei dardi avvelenati di indifferenza li trafiggessero. Per quanto il ragazzo abbia decisamente le phisique du rôle del San Sebastiano, è evidente che farsi martirizzare proprio ai Magazzini Generali, una delle massime cloache della città, non fosse la sua massima aspirazione per la serata. E guerra sia! Le (prime) fila si stringono, nonostante alcune spie del nemico, dei piombi terrificanti incapaci di muovere anche un mignolo. Una ragazza appartenente a questa categoria di statue di sale mi rivolge parole roventi: "Se mi pesti la borsa ti ammazzo". Uellà! La mia amica E.R., in compenso, digrigna una severa minaccia al boyfriend: della statua: "Tojite i ociai!". Devendra è affranto, sembra quasi voglioso di mollare tutto, ma una bandiera venezuelana plana da chissà dove tra le sue mani. Se la lega alla cintola, si inginocchia davanti al manipolo dei suoi sostenitori, batte cinque a un coach improvvisato appena sotto il palco. "Fate qualcosa, merde!" urla E.R. voltatasi verso le retrovie della sala. Io urlo, in triestino, "Te amo!" e la statua di sale, velenosissima, apostrofa: "casomai te quiero" e purtroppo mi manca la prontezza di risponderle "casomai va in mona de tu mare". Devendra mima uno sparo verso il pubblico di merda, descrivendoli più o meno come "buchi di culo di ottava generazione" che non so cosa voglia dire, ma nel suo mondo esoterico animista non deve essere proprio una bella cosa.
Mentre si combattono questi scampoli di battaglia, però, la musica cresce, cresce, cresce. E' un po' la fissa di Devendra, va detto, spiazzare e rispiazzare, giocare con la setlist anche contro ogni logica classica dei concerti live, persistere con pezzi lenti e stranianti contro l'evidenza di un mancato feeling con most of the pubblico. Però l'ultima parte del concerto è talmente incandescente che i casi sono due: o il 79% del pubblico (de mierda) era già andato via, oppure la sua nefasta influenza si era sciolta come neve nel plenilunio - in ogni caso, a quel punto il puro oro alchemico della musica devendriana stava trovando la sua perfetta sintesi. Devo essere entrato in una specie di trance perché c'è chi sostiene che durante questo finalone sia stata suonata anche Rats, una delle mie preferite dell'ultimo album, ma io non ne ho memoria alcuna.

Grazie all'amico Gizu, il grande assente e pertanto praticamente presente, possiamo offrirvi la setlist del concerto:



Se ci cliccate sopra, oltretutto, potrete ascoltare i brani saccheggiati da YouTube, per capire finalmente perché Devendra è il cocchino di sempre più apolidi spaziotemporali.

E poi e poi e poi...
E poi c'era il dopoconcerto, cioè in pratica si andava nello scantinato generale dei Magazzini Generali, un posto a temperatura ambiente (esterna) dove la grande promessa era che Devendra avrebbe messo su dischi. E in effetti è successo anche di più: Dev in realtà avrà tirato fuori dal suo iPod sì e no 5 canzoni, lasciando il grosso del lavoro a due DJ proprio bravi. Ma ciò significa che per il resto del tempo il bell'uomo ha gironzolato per lo scantinato coi suoi Grogs, chiacchierando e scambiando baci e abbracci con tutti coloro che ne avevano bisogno. Lui sicuramente ne aveva bisogno. La giusta situazione defatigante, vibrazioni sicuramente più limpide rispetto a quelle vissute durante il live. Avrei potuto anch'io andare a stringermi a lui, ma sono timido, forse avevo paura di innamorarmi troppo, egli è così giovane e così pieno di energia, ancora ebbro della sua potenza, non ancora cosciente dell'aura che emana, ancora prigioniero di quella che lui crede essere la sua forza, mentre ne possiede una incommensurabilmente più grande, che solo un anziano può vendere attraverso gli occhiali della saggezza. O più semplicemente attraverso una serie di Negroni sbagliati.

Insomma: bella serata e bellissimo live, nonostante i Magazzini Generali. Indimenticabile il commento del tassista, alle 3 e mezza del mattino: "ma cosa vuoi che capiscano di folk quegli impasticcati dei Magazzini... appena mi compro il cannone (la pistola, ndA) un giro sicuro lo faccio, di là, e ho già la mia lista!"

Ah, sarà proprio un Natale indimenticabile, questo.
Xmas with the crysis.

Friday, 27 November 2009

Shit + Run/Stop

(Per simpatia, ho preso a scrivere delle retrorecensioni per un sito di retrogaming storico, leggendario, duro e puro: A.Rea.21. Qualora proprio non vogliate visitarlo perché questo è l'unico sito al mondo che guardate, allora le copincollo anche qua.)

Gioco: 911 Tiger Shark | Editore: Elite
Autore: Chris Harvey
Versione recensita: Commodore 64

C'è stato un tempo, circa quindici anni fa, in cui il boom degli emulatori permetteva agli incauti cybernauti di appropriarsi in maniera indebita di una quantità esagerata di videogame per il Commodore 64. Era come essere Dr. Manhattan che va in un'altra galassia e gioca a creare nuove forme di vita: un consapevole delirio di onnipotenza. Posso avere tutti i giochi? Tutti tutti? Tutti quelli belli? Beh, allora, per par condicio, anche tutti quelli brutti. Saltando di download in download, cipollando con siti FTP (il leggendario 'Arnold FTP', tuttora in attività) e utility di decrunching riuscii in breve tempo a mettere insieme un centinaio di horror-giochi, appropriatamente custoditi in una cartellina denominata SHIT. Tra tutti, ce n'era uno verso il quale provavo un'avversione tutta speciale, quasi magica, tanto che avevo rinominato il file MRDAPURA.T64 (ah, gli 8 caratteri + 3 del DOS!). Bravi, si tratta proprio del qui presente 911 Tiger Shark. Un abominio evergreen, una porcheria senza costrutto, un'amara lezione di tutto quanto sia sbagliato quando si vuole sviluppare un videogame.

No, seriamente. Questo gioco, andasse etichettato con un voto, raggiungerebbe lo zero - impresa improba anche per le peggiori puttanate in Flash. Ma l'idea che questo gioco sia uscito a prezzo pieno, e che fosse perfino un titolo su licenza (dei pneumatici Dunlop) è veramente da brividi. Capirete anche voi che MRDAPURA è un nome che non si spreca così, tanto per l'acrimonia del momento o il ciclo mensile.

Cercherò stringatamente di spiegare cosa c'è che non va. Abbiamo qui a che fare con un presunto gioco di guida in cui una Porsche non dichiarata che monta pneumatici 911 TS dichiarati (e chi se ne frega, ma vabbè) deve raccattare infiniti omini in giro per le strade che compongono il livello. Si parte male già all'idea che una Porsche a due posti raccatti infiniti omini. Ma il problema è che il recupero avviene non su un circuito o su un tracciato, ma in un bucolico panorama britannico inquadrato lateralmente e strutturato a terrapieni, che sembrerebbe perfetto per un gioco di piattaforme. Visivamente è talmente rivoltante che Mario e Sonic si farebbero di crack, piuttosto che entrarci, ma per lo meno si muoverebbero più agevolmente di un'autovettura lungo i saliscendi. Perché? Perché - è questa la trovata cardine del gioco - la vettura non segue automaticamente la pendenza delle stradine. Per prendere una salita, dovrete voi calibrare l'inclinazione della vettura, come si trattasse di un aereo, direzionando il joystick in su o in giù. Se l'idea era quella di simulare la necessità di non andare fuori strada, il designer era decisamente fuori strada. Si ha la sensazione che la vettura fluttui a mezz'aria, anche perché l'auto può, in questa condizione, attraversare case, alberi, fiumi, sfidando persino Escher in quanto a logiche prospettiche. Un Escher caduto dal seggiolone a sei mesi, s'intende.

Mentre cercate di capire come sia possibile che una Porsche senza licenza 'voli' in giro per l'english countryside con la risibile intenzione di raccattare omini che sventolano una bandiera a scacchi in preda a una crisi epilettica, vi rendete conto che in realtà, mentre state volando, cioè quando siete fuori dalle anguste tracce di pixel grigi che rappresentano i sentieri, l'autovettura subisce danni. E sì, trapassare un cottage in barba alla fisica è possibile, ma effettivamente l'energia viene drenata, fino al punto in cui il bolide, confermando la tesi del volo, precipita verso il fondo dello schermo, roteando. Siccome il sistema di controllo è totalmente ingestibile, questa sorte tocca al giocatore quasi in continuazione, anche perché, in un eccesso di realismo, 911 Tiger Shark contempla una sola vita. E via da capo. Al che, per essere sicuro di aver esplorato per bene il mondo di gioco (che è un'area di circa sei schermi per sei - e basta), ho attivato i classici cheat da copia pirata: tempo infinito, energia infinita. Ma mi illudevo. La bruttezza del gioco è tale che riesce a trionfare perfino sui cheat! I nemici, infatti, vi uccidono all'istante, con un solo tocco. Macchine avversarie? No. I nemici sono: a) due pecore; b) due locomotive; c) due massi che cadono occasionalmente; d) il bordo dello schermo (toccate i limiti della mappa e precipiterete - roteando, certo).

Sì. Potete guadare un fiume volando (...), con la vostra Porsche taroccata, ma se toccate una pecora siete finiti. I treni poi sono un mistero - non era così agevole realizzare una locomotiva sul 64, si tratta di almeno 6 sprite attaccati - inoltre la locomotiva lancia verso l'alto il fumo della ciminiera (o è il carbone della caldaia: è talmente agghiacciante la grafica che non si distinguerebbero l'uno dall'altro). Insomma, uno sbattimento totale. Come se non bastasse, il programmatore si è sforzato di curare dettagli sorprendentemente inutili nell'economia di un gioco così sciatto e ingiocabile. Per esempio, se un macigno rotola sulle rotaie il treno ci si fermerà contro. Oppure: il treno passa in trasparenza dietro alle case e ai sentieri (il che sembrerebbe più che altro un bug, visto che rendere case e sentieri semitrasparenti non ha alcun senso). A suggellare la qualità più che moltissimamente infima arriva la colonna sonora, l'ennesima reinterpretazione di 'Pop Corn' di Gershon Kingsley (massì, la musichina di Pengo), che è ottima per muovere un pinguino che trotterella in un labirinto di blocchi di ghiaccio, ma che non c'entra assolutamente nulla con un contesto automobilistico. Nemmeno il gioco, d'altro canto, c'entra assolutamente nulla con un contesto automobilistico. È una simulazione di pneumatici che volano, guadano e infine scoppiano banalmente contro il bordo dello schermo, o contro una pecora, o contro del carbone che sembra fumo o viceversa. Insulto finale: la versione Spectrum era un gioco completamente diverso, più vicino a Spy Hunter e addirittura gradevole. Dannati spectrumisti.

Vi lasciamo con la citazione del testo della pubblicità originale del 1985: "Una serata difficile. Una delle auto sportive più sofisticate del mondo. Una strada bloccata. Un labirinto inesplorato di strade di collina. Gli ingredienti della nuova emozionante simulazione di rally '911 TS'.". Le uniche cose che corrispondono sono "Una serata difficile" (quella spesa dal programmatore per sviluppare il gioco) e "una strada bloccata" (la carriera del programmatore medesimo). E il fatto che sia un gioco "emozionante", anche se bisognerebbe domandarsi il colore dell'emozione in questione. La risposta? MRDAPURA.T64.

Monday, 23 November 2009

È stato molto bello

Abbiamo messo anche
quel pezzo che ti piace tanto.

D'accordo, normalmente, quasi obbligatoriamente, la pubblicità di un DJ set va fatta prima del DJ set medesimo. È una questione di dimensione temporale: se pubblicizzo l'evento dopo che è avvenuto, accidenti, come fa uno a parteciparvi, a meno che non faccia McFly di cognome? Vabbe', allora diciamo che questa segnalazione potrà servire come stimolo per la prossima serata de La Fuffa, a patto che mi ricordi di segnalarla per tempo, stavolta. Diciamo semplicemente che il DJ Set di Gizu e Bisboch di due giorni fa è stato parecchio bello, un po' perché rappresentava una rentrée dopo tantissimo tempo, un po' perché si prestava a elucubrazioni generazionali tipo "avremo ancora voglia di metter su dischi? I giovini avranno ancora voglia di ascoltarli e, perfino, ballarli?"
A entrambe le domande risponderei "sì". In tutti questi mesi di inattività del La Fuffa, la clientela del Grip (il locale che ospita questi DJ set) è cambiata. Perfino il locale non si chiama più Grip Light Club ma, più simpaticamente, Grip Wunderbar (Wunder-bar). La sensazione iniziale è stata di scoramento (disco-ramento), nessuno muoveva le chiappe e nemmeno le gambe. Accidenti! No! Ballate, bastardi! Molto lentamente le cose si sono messe in moto, fino a giungere a un'egregia massa danzante, e voi sapete quanta energia scatena una massa danzante. È sempre stupefacente. Quando fai ballare qualcuno non conta più se è un'esperienza già vissuta, finché sei ricettivo verso quell'energia, ne sarai vivificato. E bon. Tutto qua. Bella locandina, una Wonderland per un Wunderbar. Alla prossima esibizione de La Fuffa. Peccato che non c'eravate, se non c'eravate, perché è stato molto bello.

Sunday, 8 November 2009

Cossa sarà de noi

Devendra Banhart, What Will we Be, 2009

Devendra Banhart è il mio cocchino musicale degli ultimi 5 anni. Non so come altro definirlo. Di per sé si potrebbe definire come un artista folk venezuelan-statunitense che mescola folk, bluegrass, rock, tropicalismo, blues. Simpatico, alla mano, bellissimo, naturista, misticheggiante, cromoterapeutico, originale nel modo di cantare e citazionista di talmente tanta roba che, una volta setacciata, la roba è totalmente sua.
Ma se devo rapportarlo a me, è il mio cocchino. Quello che sospende il tuo giudizio, che non ti fa dare mentalmente dei voti ai dischi, che tutto quello che fa lo fai tuo. E' bello seguire la sua crescita, perché per una volta non è un artista classico/vecchio/morto, è uno che sarà nato nel 1982, così a occhio, intuendone la giovine vecchiezza dietro la barba da cugino It. Devendra evolve in totale allegria, disco dopo disco. Esistono un sacco di wikipidie e allmusic.com dove potete scoprire, disco dopo disco, cosa combina il nostro. Ma ora è uscito il nuovo disco, ed è soggettivamente bellissimo, è entusiasmante, è dolce e amaro e allegro e triste come il cielo frizzante del crepuscolo attraversato da nuvole veloci in un ricordo del 1987 che vi è appena tornato in mente ed era dal 198X che non vi veniva in mente, pensa te. Che poi faceva freddo ma stavi andando a trovare un amico e in casa c'era calduccio e c'era l'amico e magari anche la sorella dell'amico che ti piaceva.
La cosa più riuscita del disco è che non è fatto per aderire ad alcuno standard contemporaneo di piacevolezza discografica. Né, altresì, è pensato per andare furbescamente controcorrente per farsi notare. No. E' un disco che trasmette il piacere di chi lo ha composto e dell'atto comunitario della performance sonora. Una band, con ogni strumento che cura la sua parte, sembra molto scritto come album, con ogni fraseggio di chitarra/basso e ogni stacco di batteria al suo posto, ma allo stesso tempo con un calore da jam session riuscita.
Perché parlo di "poca piacevolezza discografica"? Perché il disco parte lento, per quanto tra il gioioso/sereno, per poi scendere in uno strano torpore malinconico, come un ingranaggio che perde l'abbrivio e infine sembra quasi arrestarsi. A quel punto - sorpresa! - Dev mette la quarta e parte con un gran pezzo che cita nel titolo i Roxy Music, evidente influenza, quasi a dire ai fan dei Franz Ferdinand: ehi, non ce l'ho con voi, sto copiando i maestri, non gli ultimi arrivati. Di guru un guru ecco il brano "Rats" che a tutti ricorda Jim Morrison ma a me le chitarre ricordano i Led Zeppelin più pop, quelli che affioravano di volta in volta nei dischi dopo i primi quattro. E poi ci sono altre prelibatezze, tutte incastrate una nell'altra che non si capisce davvero dove voglia andare, questo disco, ma ciò che adoro è proprio che non è che siamo nel 1973 e che devi per forza far andare il disco da qualche parte, se la realtà contemporanea è priva di un nucleo e frammentaria e cedevole e vuota di ideali e blablabla, allora fa proprio al caso mio un disco privo di un nucleo e frammentario e cedevole e vuoto di ideali e blablabla, in cui il massimo dei valori espressi sia "I close my eyes and I see you dancing/do you see me when you close yours too?"
Devendra sta ai blocchi di partenza e guarda nella direzione opposta, fa un "flying start" ma continua a correre ridendo nel tramonto, con le sue regole, il suo passo, il suo sorriso infantile (nella migliore delle accezioni possibili). Non sarebbe male nemmeno essere un suo calzino, in questa corsa che è un viaggio di ricerca musicale, personale, spirituale.
Accipicchia, avrei proprio voluto fare una recensione con tutti i crismi, e invece ho sbrodolato tutto, come degli gnocchi di semolino lanciati verso l'infinito. Una rece complementare potreste trovarla qui.

Wednesday, 21 October 2009

Radio silenzio


Dopo il precedente post, piuttosto cac(c)ofonico, è il caso di rasserenare gli animi. Perché c'è un tempo per picchiare un tamburo e un tempo per giacere sul divano ascoltando la radio mentre il crepuscolo affila le sue lame, pronto a fare dolcemente a pezzi gli affanni dell'inutile, del brutto, del grottesco. Totalmente a caso, ma veramente, perché stavo leggendo dei Flaming Lips che intendono riregistrare The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd, ho trovato una trasmissione radio di una web radio americana importante che ha come ospite Franco Battiato. Non so perché mai Battiato sia là, la storia della radio, e per una volta non mi curo ansiosamente di scoprirlo. Massì. Fatevi cullare anche voi da questi trentotto minuti con, tra le altre, La Cura, La Stagione dell'Amore, L'Animale, il Re del Mondo suonate dal vivo in studio con un arrangiamento veramente minimale, piano, voce, un soprano qui, una tastiera là. Brilla soprattutto L'Addio, originariamente scritta per Giuni Russo, vista in Fleurs 2 e qui resa ancora più scheletrica dal sempre più stilosamente vecchio Francuzzo. Quanto tutto c'è su internet, tanto rumore, ma poi anche tanto silenzio, un oceano di silenzio, addirittura silenzio suonato, parlato. Nelle cuffiette questa trasmissione radio trasmette un senso di raccoglimento, di rannicchiamento sotto la copertina. E' più confortante del riso di un amico immaginario, l'ascolto di Battiato che salmodia (brevemente, eh), nel suo improbabile inglese, per spiegare a chissà che platea statunitense di cosa parlano le canzoni che propone di volta in volta. Sembra un guru indiano che redime le legioni di materialisti yankee.
Sembra un po' anche la versione laica-ma-mistica di "Ascolta si fa sera".

Tutto questo si trova qui:
http://www.kcrw.com/music/programs/mb/mb091014franco_battiato
Anche il podcast, la registrazione in video, il razzmatazz. Ascolta.

Monday, 19 October 2009

Il tamburo da latte

Ho incorniciato e appeso in camera da letto questa foto
che è la prima cosa che vedo quando mi sveglio.

Vedete, io non sono questo blog. Sono quantitativamente molto più di questo adorabile siparietto dell'ego che è un blog, che vuole ansiosamente essere il best of. Irving Goffmann ci sguazzerebbe, nei blog. Giardini verdissimi e tosati con cura, appena appena declinati per rientrare negli standard di questa o di quella subcultura. Siamo tutti impegnati a definirci come individui singoli, pazzi pazzi, originali, e contemporaneamente cerchiamo disperatamente un gruppo di appartenenza. Che tu sia al circolo del tennis, che tu sia al Gran Galà, che tu sia su Facebook o che tu sia il ragazzino che non gioca mai a pallone e se ne sta in disparte, stai solo cercando il tuo posto e il tuo ruolo nella società.
Sono sicuro che anch'io, nella mia apparente sociopatia imperante, sto disperatamente cercando di definire la mia razza come animale sociale. La fortuna è che ogni individuo tende a reputare se stesso degno di un qualche interesse proprio perché non riesce a conoscersi, ad auto-esplorarsi fino in fondo, e se ci prova trova infiniti rivoli di possibilità, spesso in contraddizione tra loro, e tutto questo sbattersi per capirsi fa sembrare l'esistenza meritoria di essere vissuta. Naturalmente l'esistenza è meritoria di essere vissuta per se, senza alcun bisogno di legittimarla. Ma anche quest'ansia di legittimare tutto è tipicamente umana. Un sasso nelle viscere della terra non cerca di darsi e dirsi un perché. E per questo lo invidiamo un sacco, un sasso.

Di conseguenza, quando ho cominciato a suonare la batteria, ho tratto grande beneficio fasullo dal domandarmi "ehi, ma perché vuoi suonare la batteria?" . Il post precedente è un esempio di blando tentativo di definire un perché di questo tipo. Polistrumentista da spiaggia? Ok, è una spiegazione un sacco simpa. Ma da allora me ne sono date altre, di volta in volta in volta collocate dalla mia mente infinitamente protesa alla classificazione come "serie", "facete", "mistiche", "eccetera".

Spiegazione salutista. Mi sono messo a suonare la batteria perché ho smesso quasi qualsiasi altra attività fisica. Pestare come un dannato su un drum kit (di plastica e gomma, ricordiamolo - è il drum kit controller di Beatles Rock Band, non una batteria vera) fa sudare, rende il piede e il polpaccio destri doloranti, offre insomma una percezione del sé.
E stiamo già virando verso la bolina della spiegazione mistica. I suoni percussivi interessano i chakra bassi, la radice del proprio Vero sé, l'unica cura possibile contro i voli pindarici, contro gli eccessi dell'ego che ci rende "tutta testa". E invece c'è bisogno di essere come alberi fronzuti, ben radicati al suolo, sebbene con le fronde più alte che bucano le nuvole. Misticheggiando, è chiaro anche che il ritmo di batteria è come un mantra, e infatti mentre si suona ritimicamente la performance beneficia dall'assenza di pensieri, mentre, sei ci si sofferma a cristallizzare impressioni e sensazioni in pensieri più strutturati, il ritmo naturalmente s'inceppa.
Rifacendosi agli insegnamenti di G.I. Gurdjieff, poi, va detto che l'indipendenza tra gli arti cui costringe un drumming di un certo livello rappresenta un'ottima cura contro l'assenza da noi - è percependo le nostre parti come indipendenti che riusciamo a vederne l'unitarietà complessiva.

Tutte interpretazioni possibili. Grazie tante - sono interpretazioni. Per forza che sono possibili. Ma la realtà? La realtà non la so, così come non so la batteria. So che sapere sempre di più la batteria non mi farà sapere sempre più la realtà. Ma so che, in questo momento, ha il potere di togliermi i pensieri in merito a cosa sia o cosa non sia la realtà. Bang. Via tutto. Bang. Bang. Bang. La rullata di Come Together. Tum tum takatatak, tukututukututuktum tum tum ecc ecc. Non riesci veramente a distrarti, è già molto se riesci a pensare "rullata". E' il vantaggio di non avere dimestichezza alcuna con lo strumento. Puro apprendimento. Imparare serve a questo, suppongo. Ad assorbire i pensieri superflui che brufolano e grufolano nel porcile della mente. Non esiste il topexan definitivo - a parte la lobotomia o l'oppio - ma è bello che esistano infinite cure temporanee all'eccesso di mentale. Oggi è la batteria, domani chissà. Infinitamente approssimativi, scostanti, volubili. E' evidente che stiamo cercando tutti qualcosa, e che lo stiamo cercando con tutti i mezzi. Bang. Bang. Bang. E meno male che non è di latta, il tamburo da latte, sennò poi li senti i vicini che lo sentono, e che sicuramente non estimano né Grass, né i Beatles. E' così difficile scrivere in un blog del fatto che, sostanzialmente, bisognerebbe scrivere di meno in un blog e picchiare di più sul rullante, con un piglio incurante, alla ricerca del non-sé(nso).
Sicuramente sarebbe meglio andare giù pesante sul rullante che non nei post, che richiederebbero un po' di leggerezza e di stupidità.

Monday, 5 October 2009

Il polistrumentista da spiaggia
(Ancora su The Beatles Rock Band!?)

Immagine Leibovitziana fotomontata
presa da questo
ben noto forum per giovani nerd.


E sì, è andata proprio come immaginavo. Ho lasciato che gran parte del tempo libero dell'ultimo mese venisse gioiosamente fagocitato da The Beatles Rock Band. Il che, fino a un certo punto, vuol dire: da un videogioco. Ma poi no. Poi è diventata pura dedizione alla musica, infine il tutto si è trasformato nell'impetuoso desiderio di imparare a suonare la batteria.
A parte forse il pianoforte, non so suonare nulla a livello accettabile, ma mi diverte molto pensarmi polistrumentista da spiaggia. Come il chitarrista da spiaggia, quello che sa tre robe più mezzo effetto speciale chitarristico che fa scena. Ecco. La stessa cosa, ma applicata a più strumenti, è il polistrumentista da spiaggia. Due tipici esempi sono uno qui e l'altro qui.
Sono naturalmente molto indietro su basso e batteria. E la ragione - che poi è la ragione per cui è così difficile dividersi tra più strumenti - è che non ho mai ascoltato questi strumenti veramente nell'ottica di riprodurre quello che sentivo. Puoi goderti la linea di basso di "Fame" all'ennesima potenza senza necessariamente concentrarti su quello che il basso realmente fa in termini di corde, in termini di partitura, in termini insomma tecnici. La batteria? Uguale. Non è che devi essere Keith Moon per capire il genio di Keith Moon. Non serve essere nemmeno un aspirante Keith Moon. Scommetto che tanti critici musicali non sanno nemmeno da che lato si tiene il manico della chitarra.
Ecco, The Beatles Rock Band, e questi giochi musicali in generale, hanno il pregio di essere una guida all'ascolto delle parti strumentali. Ti danno una specie di partitura, o meglio un rullo tipo quello dei carillon, e ti chiedono di suonare le note giuste al momento giusto. Per aiutarti, quando giochi da solo, la parte del tuo strumento viene esaltata dinamicamente dal missaggio. Gli strumenti disponibili, lasciando per il momento da parte la voce, sono il basso, la chitarra e la batteria. Chitarra e basso vengono strimpellati su dei controller che, al di là della sagomatura tipo Fender o Gibson o Hofner o vattelapesca, sono di fatto molto simili alle tastiere da tracolla stile Sandy Marton. Nel senso che hanno tasti al posto delle corde - e molti meno tasti di una tastiera di Sandy Marton. La tracolla, quella, c'è. Eppure, già con in mano un controller-chitarra con una manciata di tasti, la tua linea di basso/assolo di chitarra la ascolti con un'attenzione strana, l'attenzione di chi deve suonarla - anche se di fatto si suona solo una versione ipersemplificata. Ma è proprio questo l'aspetto interessante: il cervello si pone in un grado d'attenzione da musicista, anche se il fisico si ritrova a compiere solo una frazione dello sforzo realmente richiesto per la partitura originale. E la traccia penetra nell'animo in un modo nuovo, che si giostra con gusto tra il play-suonare e il play-giocare. E anche il play-recitare, perché il gioco è di ruolo - sii uno dei Beatles.
Ehi, ma io volevo parlarvi della batteria - e invece ho parlato del resto. Sarà per la prossima volta. Trattiamo un po' il blog con l'estemporaneità cialtrona propria del medium blog, mica è la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto, cazzo (scrivere "cazzo" è un esempio di come rendere il blog un po' più blog anche dopo aver nominato aggratis una roba importante come la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto, cazzo).