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Tuesday, 18 May 2010

Un anno fa,
in giro per Tokyo, in cerca di [?]

"What a drag it is getting old".

Questi tre-post-in-uno mi sono stati originariamente commissionati dal sito GamesVillage.it, dove sono stati pubblicati tra il giugno e luglio del 2009, dopo che ero tornato dal mio secondo viaggio a Tokyo. Sono scritti di getto e si vede, ma tutto sommato restituiscono al lettore con onestà lo stato febbrile, maniacale in cui mi trovavo al ritorno dal Giappone.
In preda a una notevole saudade che mi fa anelare soli levanti ripropongo qui, appena appena editato, lo sproloquio in questione, tutto incentrato sulla ricerca di un MacGuffin videoludico che rappresenta probabilmente la ricerca di se stessi. Come tutto, come sempre.

1. Cercando Meteor


Soggettiva.

Il Giappone visto dall'Occidente è prigioniero degli stereotipi di seconda generazione.
La prima generazione era quella classica del dopoguerra: dopo un paio di bombe atomiche e un po' di senso di colpa, i media occidentali scoprono questa curiosa isoletta piena di samurai e geisha e industrializzazione e poi anime e manga e poi videogiochi e poi studentesse che vendono mutandine usate.
Poi, a un certo punto, si è sentito il bisogno, tra gli occidentali che hanno sviluppato un amore appassionato nei confronti del Sol Levante, di sfatare una serie di luoghi comuni che si erano andati fossilizzando. Si è così creata la seconda generazione di stereotipi: in realtà il sushi in Giappone si mangia pochissimo, i giapponesi non sono nazionalisti, odiano effettivamente gli americani ma amano tutti gli altri, amano soprattutto l’Italia e capiscono più facilmente il francese e l’italiano che non l’inglese.

Gaijin.

Non sono qui per inventarmi una terza generazione di stereotipi. Casomai sono qui per testimoniare come non sia possibile cogliere il Giappone sotto nessun cliché, perché tutto cambia in maniera talmente rutilante che la ricerca di costanti è un esercizio sterile, tipicamente occidentale, tipicamente da gaijin. Probabilmente, l’unico modo per surfare liberi nella cultura giapponese è quello di cercare l’approccio più spirituale, più zen. E, in un gioco di scatole giapponesi, riflettere sul perché la filosofia zen abbia attecchito tanto bene in quest’arcipelago, ripercorrendo la sua storia (il suo balzo prodigioso, e tutt’altro che pacifico, dall’era feudale all’epoca moderna) e le sue condizioni orografiche e geografiche (i terremoti che per secoli hanno cancellato di continuo ogni ambizione architettonica dell’uomo).
L’occidentale che va in Giappone, piuttosto, lui sì che è una macchietta. Non esistono mezze misure: o si incarna nello stereotipo del gaijin, dello straniero sgradevole e quindi sgradito, o segue lo stereotipo del turista rispettoso, che conosce la cultura nipponica, che la ossequia e che vorrebbe quasi trasfigurarsi, avere la faccia di un giapponese per non essere per forza “beccato” come straniero tra la folla. Un po’ come quando Nino Ferrer cantava “Vorrei la pelle nera”, da molti considerato eccellente esempio di razzismo all’incontrario.

Akihabara non c'èntra con questa storia.

Ma questo cosa c’entra, avrete probabilmente detto già cento, centocinquanta secondi fa. Non vi biasimo affatto. Be’, il fatto è che furono considerazioni di questa risma, nel bel mezzo dell’ennesima notte in jet-lag a passeggiare per le strade sorprendentemente silenziose e serene della capitale nipponica, a portarmi a decidere di avventurarmi alla ricerca di un negozietto di retrogaming di cui avevo solo marginalmente letto su Internet. Pare che ogni anno questo negozietto coinvolga tutta una serie di artisti, invitandoli a creare una collezione di cartucce del Famicom che non esistono. Non le scatole: solo le cartucce, cogliendo uno dei miei aspetti preferiti di quella console: la giocosa fisicità della cartucce in sé, grosse, colorate, con l’etichetta adesiva davanti e dietro.

E nemmeno SuperPotato, il più celebre negozio di retrogames di Akiba,
che viene solo citato più avanti.

Molti siti, tra cui il sempre ottimo Kotaku.com, avevano riportato notizia e link al sito del negozio. A guardare su Internet, in effetti, dava l’impressione di essere una cosa piuttosto importante. Ma in effetti se adesso faccio un sito dal look estremamente professionale in cui vi parlo di Charlie, il mio pastore tedesco degli anni Settanta, probabilmente anche a voi Charlie sembra un cane molto più importante di quanto non fosse nell’economia del Tutto (per me è il cane più importante del mondo, s’intenda).

In italiano si traduce "Il sudore dei porcari".

Camminavo nella periferia di Tokyo, distantissimo dal centro di Tokyo, eppure probabilmente, su vasta scala, ben più vicino al centro di Tokyo che non alla sua periferia più estrema, che probabilmente finisce in mare in qualsiasi direzione, anche verso ovest. Tokyo non finisce mai. Mi ero perso. Mi ero stupidamente perso, perché volevo fare di testa mia, volevo andare ad intuito, più che procedere, incedere un po’ casualmente. Chiedere ai passanti. Ero sceso alla fermata del metrò di Kichijoji, cioè quella giusta, e da lì dovevo cavarmela da solo. Quella era la regola del gioco che mi ero creato: trovare, con calma zen (e con una mappa piuttosto approssimativa scaricata da Internet) questo fantomatico Meteor. Ma a un certo punto ecco che succede qualcosa di magico. Intuisco che, in effetti, io sto solo fingendo di incedere con attitudine zen. No: io sto solo cercando male un posto imboscatissimo. Le spalle sono quelle del turista contrito che non sa come chiedere informazioni. E allora smetto di cercare. È presto, e laggiù vedo tanti tanti alberi. Andiamo là.


2. Trovando Meteor



Ordine. Armonia.

“Là” è un parco. Col laghetto, i cigni, i bambini che giocano e diamine, i bambini che giocano sì che sono gli stessi in tutto il mondo, al di là di ogni qualsiasi possibile stereotipo. Mi spingo attraverso il parco pubblico di Kichijoji. Oltre il lago vedo un tempietto shintoista.

Mai sentita "La folle corsa" di Mogol e Battisti?

Lo raggiungo, ormai effettivamente disorientato, ma allo stesso tempo sempre più sereno. Prego, guardando il rituale di quelli prima di me (perché dovendo scegliere quale stereotipo di turista incarnare, è comunque meglio appartenere a quelli rispettosi).

Un anno dopo, realizzo che era un tempio shintoista e non buddhista. Bestia.

E vado ancora oltre, sempre più lontano. Ma lontano da cosa? Mi accendo una sigaretta. Alzo gli occhi dopo aver rimesso nella tasca l’accendino e mi rendo conto di essere davanti a un cartello con il faccione di Totoro: “Ghibli Museum, Mitaka – 300m”.

Trovarlo per caso è stato epifanico.

Ora, io non è che pretenda di vedere miracoli dove non ci sono, ma perbacco, Tokyo è grandina. Arrivare davanti al museo dello studio Ghibli, quello del mio kami, Hayao Miyazaki, per caso, è piuttosto incredibile, a mio avviso. In pratica, a furia di allontanarmi dalla stazione del metrò di Kichijoji, sono arrivato in un altro quartiere, Mitaka, appunto. Fa ridere, per chi ricorda “Maison Ikkoku”, che ‘sto posto sia effettivamente pieno di campi da tennis con maestri aitanti.

Tottoroo tottòròooo/ Tottoroo tottòròooo!

Ma lo zen è zen: non è che funziona come le favolette con l’happy ending. Per cui, tutto galvanizzato di essere finito per caso al Ghibli Museum, e ormai sicuro che potrò accedervi, resto di sale quando scopro che il museo è chiuso per ristrutturazione da pochi giorni prima a pochi iorni dopo. Il caso è fortunato è sfortunato…

Ghibli, voi potete farmi qualsiasi cosa, anche questo.
Ma anche prendermi a calci, vi amerò lo stesso, sempre, comunque.

Ma è sempre l’arrendevole cedevolezza zen, quella che si impone di rigore. Nel gioco a dadi del destino, può darsi che questo bizzarro evento sia foriero di altre sorprendenti chimiche esistenziali. E così infatti è, perché riavvicinandomi a Kichijoji lungo un altro sentiero, arrivo davanti alla palazzina che, secondo me, dovrebbe contenere il misterioso negozio di retrogaming Meteor. C’ero passato anche due ore fa, ma non ero pronto a vederlo. Certo, questa è una nozione che dovrebbe essere accolta serenamente dai fan di “Video Girl Ai”. Be’, ora sono pronto a vederlo, Meteor. Certo, non perché si è nel frattempo materializzata una porta nel muro del condominio. Ma, chiedendo a un ragazzo che sta uscendo se per caso Meteor sia da quelle parti, egli risponde che sì, è là. E mi guarda a lungo, come a dire: “e tu perché diavolo cerchi Meteor? Sei pazzo? Un gaijin che cerca Meteor? Bah!” Ma non lo dice, e corre via. Meteor, di fatto, è un appartamento al primo piano. È normalissimo che i negozi siano al primo (e terzo e quarto eccetera) piano, in Giappone, ma di solito c’è qualche indizio all’esterno, ecco. Meteor no, manco un citofono, figuriamoci un’insegna. Ma quando arrivo sul pianerottolo, be’, l’insegna c’è, ed è estremamente sciccosa: una Monna Lisa in pixel-art.

Toc Toc.

La porta è socchiusa. Entro. Non c’è nessuno, come quella favola di cui non ricordo il nome in cui la bambina entra nella casa dei tre orsi, ma i tre orsi non ci sono. Memore della fine che fa la bambina, cerco di non agire troppo, restando piuttosto immobile a osservare, stupito, lo scenario piccolo e intenso che si para davanti ai miei occhi. Meteor è un negozio in un appartamento, ma è anche un appartamento in uno spazio vitale davvero ristretto. Eppure, l’ordine con cui tutto è disposto non trasmette un senso di claustrofobia, anzi. Se proprio devo stereotipizzare i giapponesi, scelgo di lodare la capacità di disporre qualsiasi cosa in qualsiasi contesto con un’armonia e un’eleganza impareggiabili nel resto del mondo da me visitato. L’atmosfera, in effetti, è quella di una galleria d’arte bonsai, più che quella di un negozio à la SuperPotato.
(tra parentesi: il correttore ortografico di Word mi sostituisce SuperPotato con “superdotato”, che tutto sommato fa sorridere).

I colori. I colori!

Un’intera parete è dedicata alle cartucce, esposte con rigore cartesiano. Gli oggetti in vendita sono pochi, se escludiamo una vagonata di vetuste cartucce Famicom. Ci sono magliette, ma di quelle belle. Ci sono gadget, ma di quelli superfichi. Ci sono libri, di quelli introvabili. Ci sono CD con colonne sonore di videogame. Fa un po’ ridere che gran parte delle selezioni sono europee: Meteor ha oggetti d’importazione dall’Europa che per un giapponese devono essere a dir poco sconcertanti, ma che, in effetti, qui da noi sono relativamente reperibili, per lo meno grazie all'Internet. Ma non è per queste cose che sono qui. Mi volto, mi appropinquo al bancale delle cartucce Famicom, e affondo le mani, proprio mentre la porta si apre e entra un ragazzo barbuto, più che stupito di trovare un occidentale nel suo negozio.


3. Il linguaggio dei gesti

Cucù! Chi è? Angela Merkel? Ma no, è Ken. Ken è il proprietario del negozio in cui mi trovo. Ken ha circa ventotto anni. Si chiama Ken come Kenshiro, non come Ken di Barbie. Ken deve aver appena fumato una sigaretta. Ha ancora il fantasma della sigaretta in bocca (immaginatevelo come un fantasma di Pac-Man mangiato da Pac-Man) e soprattutto ha ancora addosso l’inconfondibile odore delle Seven Stars, le sigarette che, in dose massiccia, mi hanno portato a smettere definitivamente di fumare per ora. Delle sigarette mediocri, molto filtrate da un potente filtro in carbonio, che ho eletto a mie sigarette preferite nonostante facciano abbastanza schifo solo perché sono incensate da Haruki Murakami nei suoi libri. Ken assomiglia a un giovane Murakami, o forse no, è anche vero che ho fumato una stecca di Seven Stars anche se mi facevano abbastanza schifo., la mia attendibilità dovrebbe risultarvi nulla, a questo punto.

Eccole lassù.

Ken mi guarda con un misto di “ehi, un alieno nel mio negozio” e “congratulazioni per essere arrivato fin qui, ma la nostra principessa è in un altro castello”. Ken non vuole dare troppa importanza alla mia presenza, va dietro il mini-bancone che divide l’angusto spazio a metà e fa sì che l’appartamento assuma una forma di negozio. Ken vince subito mettendo un vinile (quei cosi tondi venuti prima dei CD) di musica jazz-lounge-funk-vintage che sembra fatta apposta per piacermi. Non mette su la colonna sonora di Super Metroid, no – mette qualcosa di funzionalmente analogo, mette su amore per la Tradizione del Bello. Come il retrogaming di qualità. A primo acchito sembrerebbe proprio un disco dei Black Merda (seriamente, sono di Detroit e si chiamano Black Merda, mica è colpa mia. Subito Wiki inglese, presto!) ma non indago, non so il giapponese, non so cosa sappia lui. Apprenderò in seguito che Ken è sordomuto, oppure è un mimo, non so, ma la nostra “conversazione” avviene interamente senza l’uso di parole. Sguardi. Sorrisi. Gesti. Cercate di usare l’immaginazione e prefiguratevi la scena: -Gli porto al bancone la cartuccia di Esper Boukentai per Famicom. - Mi fa un gesto che significa “lo sai che non funziona sul tuo Nintendo del tuo paese in occidentelandia?” Ma mentre sta finendo di mimare il concetto fa un altro gesto che significa “Oh be’, che sciocco, se sei arrivato fin qui e sei interessato in Esper Boukentai sei un illuminato, un idiot savant, un fool shakespeariano, lo sai già”. Gli porgo anche Hyper Sports. E qui invece mima con certosina pazienza il gesto che significa “Eh, sarai anche savant ma sei pur sempre anche idiot… lo saaai vero che serve un controller speciale per giocarci, a prescindere da che console hai?” Io mi produco in un’espressione che cerca di contenere il concetto “maddai, e io pensavo che solo Hyper Olympics giappo avesse bisogno di una simile costosissima carabattola! E vabbe’, dai , lo prendo lo stesso e lo regalo al mio amico Mattia Ravanelli, che altresì mi ha regalato il vinile “With the Beatles” dei Beatles dunque devo contraccambiare!” Sì, tutto questo con un’espressione.


Lo riconoscete? Nemmeno io.

Ken scavalca con sicurezza il bancone, mi strappa dalle mani la cartuccia e la infila in un Famicom. Non va. Vorrei spiegargli che pazienza, è per Mattia Ravanelli, ma lui insiste.

Gli mimo il gesto “prova a soffiare nella cartuccia”. Finalmente sorride. Un bel sorriso, di rispetto e complicità, quello di due uomini che si sono capiti, che trascendono lo spazio e il tempo e la cultura, che hanno il vocabolario comune della passione retroludica. Soffiare nella cartuccia. O lo capisci o non lo capisci. Lo capisci? Sorriso. Manca solo l’amaro Montenegro. O anche un saké, un cordiale, uno stravecchio, un barolo chinato, ma c’è poco da scherzare. Dopo ore nel mondo fatato, fuori dal tempo di Meteor, è tempo di andarsene. Un aereo mi aspetta per tornare in Italia. Anzi, non mi aspetta, per quello è tempo di andarsene. Se mi aspettava, perché andarsene? Sarei rimasto là ancora per giorni, a godermi la musica, a comprare e provare cartucce.

Il fatto che la cartuccia di Tetris appaia anche in questa foto
può facilmente farvi ricostruire l'esile estensione del negozietto.


Vi vedo, laggiù, a mimare il gesto “Babich, ma non dovevi parlarci dell’esposizione di cartucce inventate che è il vanto di Meteor?” Eh, già, dovevo, ma che volete, il tempo cambia molte cose nella vita, il senso le amicizie, le opinioni, che voglia di cambiare che c’è in me, e così ho venduto l’esclusiva del pezzo sulle cartucce inventate alla Rivista Ufficiale Nintendo. Da un uomo che ha smesso di fumare cosa vi aspettavate?

Be', tanto è tutto spiegato a chiari ideogrammi qua: http://www.super-meteor.com/

Ma soprattutto qua, in maniera più grafica: http://famicase.com/chronicle/

Dopo aver soffiato, comunque, la cartuccia, ça va sans dire, funzionava. E anch'io mi sentivo più leggero, non solo in termini di conto in banca, ma anche perché avevo esorcizzato, forse per sempre, una parte dell'inquietante feticismo verso nemmeno la mia infanzia, ma un'infanzia parallela, quella dei giapponesi degli anni Ottanta. Una delle possibili esistenze passate, così vicina e così lontana dai miei trascorsi, così sorprendentemente simile in quanto ad archetipi.

Presi la metro e tornai indietro, in ogni senso, sciogliendomi in un sonno profondo, manco fossi sulla linea verde a Milano.

Z.


Monday, 27 July 2009

外人
(Nuove ore giapponesi)


Tokyo. Akihabara, distretto digitale,
invaso da esseri umani particolarmente analogici.

No, non capita molte volte di andare a scrocco in Giappone due volte. Una sì, ma due no. Una è un caso, due significa che qualcuno ti vuole bene. Quel qualcuno è Monsieur Laviano, mio obermeister alla Rivista Ufficiale Nintendo che, come compensazione karmica per i miei giorni più duri, ha deciso di rinunziare lui al viaggio stampa di turno e mandare me. Cose simili succedono di rado, ma anche altre cose succedono di rado, anzi, al massimo una volta sola.

Ma in Giappone, invece, ci sono andato due volte, in soldoni.
E meno male. Perché la prima volta ero quasi convinto di aver capito qualcosa.
Ora, almeno, so di non sapere. Niente. Assolutamente niente. Del Giappone.
Anni di manga, un'esposizione quasi radioattiva a ore e ore di cartoni in TV, i romanzi di Haruki Murakami, gli scontrini sterminati e sterminanti dei ristoranti giapponesi di milano.
Niente.
Però che bello, sapere di non sapere. Ti fa sentire meno spocchioso. A volte, invece, la mancanza di umiltà non mi fa dormire la notte.
In Giappone dormivo benissimo. Forse perché camminavo tanto tanto. Forse perché prima di dormire mi facevo delle interminabili passeggiate notturne fumando come un turco, ma più a est, un po' intimorito di entrare nei locali, tutti troppo fichi per un gaijin solo.
Sembra così cambiato, il Giappone, dall'anno scorso. E invece sono cambiati innanzitutto i miei piedi e ciò che ci sta sopra. E ciò che ci sta ancora più sopra, quella specie di fardello allegramente scarrozzato canticchiando "Carry That Weight" dei Beatles, da Abbey Road giù giù giù, fino a Chuo Dori, Akihabara, Tokyo, Giappone.

Tuesday, 5 February 2008

禅 (zen)

Tutto avrei pensato, tranne che di riempire pagine e pagine di mie fotografie. Io che fino a tempo anno fa avevo paura della macchina fotografica, tipo che ti porta via l'anima. Poi, con arrendevole cedevolezza, mi sono affidato alla camera chiara. È una vittoria sull'ego e sulla sua sciocca voglia di restare intonso, di non mettersi alla prova in ciò che non padroneggia. Non sai fare foto? Bene, allora ciò che ti serve è fare foto.


Shinjuku Gyoen, 20000 alberi nel bel mezzo di Tokyo. A gennaio, quasi tutti spogli. Una desolazione che eleva lo spirito. Un'ombra che esalta la luce che la crea.


Che fai, trovi inspiegabilmente una singola palla di neve

al centro di un prato perfettamente asciutto

e non ci giochi?



Chissà che radici ha.

Nello Shinto, se non ti piacciono i vaticini
(御御籤, omikuji), gli appicci a un albero e tanti saluti:la sfortuna resta inchiodata là.


Che fai, trovi inspiegabilmente una singola palla di neve

al centro di un prato perfettamente asciutto

e non ci giochi ancora un po'?


Ueno (E no, non sono stato io).


E il mio maestro m'insegnò com'è difficile

trovare l'alba dentro l'imbunire.


Imparerai che per morire ti basterà un tramonto.

Passano gli anni e il tempo delle ragioni

se ne sta andando per scoprire che

non sono ancora maturo nel Secondo Imbrunire.


Saturday, 2 February 2008

Naturalmente c'era anche questo

A questo punto i miei 15 lettori si domanderanno: ma Babs è effettivamente uscito dalla stanza d'albergo o è rimasto asserragliato a fare il gringo decadente stile lost in translation ( de-scarlett-johansson-izzato, per giunta)? Be', sì, ho camminato quasi costantemente, fedele a uno dei miei manga preferiti.

Di certo Shinjuku offre un sacco di spunti
per quelli che amano le foto
"che catturano il contrasto tra natura e civiltà".


Questo grattacielo gothamièn è il NTT DoCoMo Building, il palazzo della TIM giapponese, che è ovviamente molto più avanti della TIM nostrana e non basa il proprio marketing sulla raffinata, eterea bellezza della Canalis. Per mezza giornata non sono riuscito a scrollarmi dal campo visivo questo grattacielo - ma nemmeno ad avvicinarmici realmente. Poi guardando sull'enciclopedia ho capito perché: DoCoMo sta Do Communications Over the Mobile Network, ma in giapponese significa sia "ovunque" sia "da nessuna parte".

Ma anche per quelli che amano le foto
"che catturano il contrasto
tra il nuovo che avanza e il vecchio che resiste".


Ma anche per quelli che vorrebbero le lucine
sugli alberi tutto l'anno, mica solo a Natale.


Il commesso della sala giochi mi guardava strano.
"Strano", non "male", perché un giapponese
non ti guarderebbe mai male, così,
d'emblée.


Come campare di rendita in virtù di
un invasore pixel-art che hai creato nel 1978.


Contro il (relativo) logorio della vita moderna nipponica,
c'è sempre un tempio shintoista dietro l'angolo.
L'ume (una sorta di pruno)stava già fiorendo.


Thursday, 31 January 2008

富嶽三景
(fugaku sankei, tre vedute del Monte Fuji)

Sicuramente, quando Katsushika Hokusai si cimentò nelle 36 vedute del monte Fuji, era più vicino al monte Fuji di quanto non lo fossi io mentre scattavo queste foto. E poi le sue non erano foto. E poi lui era Hokusai, che gli dèi l'abbiano in gloria. E poi nel 1831 il 44° piano del Tokyo Park Hyatt non c'era, e nemmeno il grattacielo davanti. Quello in cui si vede riflesso l'altro lato dell'alba. L'alba dell'ultimo giorno, quando infine il Fuji-san ha deciso che poteva apparire, che eravamo "degni". Non che fossimo pronti, diciamo "un po' più pronti": non si è mai pronti a vedere una divinità. Figuriamoci a fotografarla così, quando albeggia e tu sei in mutande con lo spazzolino in bocca. Eppure pare che il divino sovente ami palesarsi proprio in questi momenti, sospesi tra la non aspettativa, le mutande e lo spazzolino.

"Non interrogo il mio occhio coporeo o vegetativo
più di quanto interrogherei una finestra riguardo ad una vista; guardo attraverso di essa e non con essa".
William Blake

芙蓉峰, "la Cima del Loto", dice Wikipedia.


Nel momento in cui la luce del sole, nel suo salire,
ha raggiunto questo preciso grado di tinta e saturazione,
mi sono sentito in Sicilia, a cospetto dell'Etna,
che è per tanti aspetti antitetica al Fuji,
eppure ne condivide la natura divina.

Wednesday, 30 January 2008

八百万の神
(ya-o-yorozu no kami, otto milioni di dèi)

Ero nell'albergo di quel film. E no, non pagavo io.


Dalla stanza d'albergo. Tokyo è così estesa che il Governo ha dovuto applicare alla realtà un effetto di fogging, come capita nei videogame che non riescono a visualizzare gli oggetti troppo lontani verso la linea dell'orizzonte. Per questo Tokyo finisce in un grigio indistinto composto di milioni di mattoni, tegole, auto, personcine a modo.

Oh, let it snow.

Che ospiti graziosi, i kami dello Shinto. Per non farmi mancare niente, al secondo giorno hanno fatto persino nevicare. Guardare in jet-lag l'alba che si fa strada a fatica attraverso una bufera di neve dal 44° piano del Tokyo Park Hyatt... Come è successo? Ammesso che serva, forse un Dio non basta, ti credo che gli shintoisti dicono che i kami sono otto milioni.

Dalla pupilla viziosa delle nuvole
la luna scende i gradini di grattacieli
per prendermi la vita.

Nei cartoni animati e nei videogame la luna è sempre molto grande. In realtà anche in Giappone hanno una luna all'incirca delle dimensioni della nostra, e se non sei fotograficamente molto bravo non è semplice rendere giustizia a un plenilunio che occhieggia tra nuvole e grattacieli.


Tuesday, 29 January 2008

B. in Japan

Autoscatto. Sono stati tutti autoscatti, in effetti.

Non l'avrei mai detto ma, quando non scrivi su un blog per un po', poi effettivamente ti viene da scusarti. Con chi tu ti stia scusando, cioè se con te stesso o con gli altri, è un altro paio di maniche. Fatto sta che, nel chiedere scusa, puoi scegliere la via dei rituali di degradazione sinceri, sommessi, contriti e insopportabili. Oppure sperare di farla franca inventandoti qualche allegra, incredibile panzana (
Jake
anyone?). Beh, insomma, sì, non ho aggiornato il blog ma non è stata colpa mia! Giuro! Ero... ero... Ero in Giappone, ecco. Sì. In Giappone. Così incredibile che potrebbe suonare quasi credibile. Sì, così, di punto in bianco. Per lavoro. Appena avrò fabbricato ulteriori prove, ve le sottoporrò. Non richieste, certo. Come la maggior parte delle scuse.