Tuesday, 19 April 2011

Il mio scrittore

Il libro raffigurato nella foto non viene menzionato
nel testo che segue, ma è nondmeno pieno di racconti strepitosi.

Questa sera, nel tentativo di prepararmi qualcosa di semplice, ho bollito degli asparagi. Purtroppo li ho bolliti circa tre quarti d'ora il che, come probabilmente sapete, distrugge gli asparagi. La colpa di questa distrazione è Haruki Murakami. Non lui personalmente, ma un suo romanzo, Kafka sulla spiaggia. Haruki Murakami è il mio scrittore. Non direi il mio scrittore preferito, è così approssimativo indicarne uno. Ma è il mio scrittore. E' quello che anche quando descrive situazioni troppo lontane perché io mi ci possa sentire trascinato dentro, perfino quando mi annoia resta intimamente connesso al mio io. Dovessi scegliere a tavolino un scrittore di cui dirmi innamorato, ne sceglierei un'altro: è quasi macchiettistico che, nell'orizzonte di prodotti cultirali popolari che mi definiscono, io indichi come vate un giapponese. Abbiamo capito, Babs, che ti piace il lato soleggiato della cultura giapponese, ma Murakami non è un tantinello scontato? Non è quasi modaiolo, un po' come Banana Yoshimoto quindici anni fa?
Sì, appunto. volendo fare lo snob, cosa che di solito mi riesce molto bene, dovrei proprio indicare qualcun altro. Ma è anche difficile fare lo snob con questo persistente odore di asparago stracotto.
'spetta che apro la finestra.
Ecco.
Ingannevole è Murakami più d'ogni altro. Sembra raccontarti roba d'un ordinario terribile. Sembra asciutto quando non addirittura sciatto. Ma sempre, proprio quando sto per scocciarmi, inserisce un elemento leggermente stonato rispetto alla storia che sta raccontando. Può essere una stonatura totalmente disarmonica, che porta verso l'inquietudine. O magari una stonatura ben calibrata, tanto da funzionare come un accordo jazz particolarmente ricercato. E tutto questo accade senza "trucchi da quattro soldi", come direbbe Raymond Carver (di cui Murakami è il traduttore principale in Giappone). C'è anche un po' dell'ordinaria follia di Paul Auster, in Murakami e, più in generale, molta dell'America letteraria più raffinata. Per quanto possa amare e ostentare la propria conoscenza del mondo occidentale, Murakami resta purtuttavia sempre giapponese nel punto di vista, il che gli permette di essere universale senza dare l'impressione di saltare da un esotismo all'altro con poca convinzione. O forse il suo vero segreto sta nell'essere così onestamente umano? Nel lasciare che sia il lettore a emozionarsi per ciò che legge, senza indurlo ad arte verso questo o quel moto dell'animo?
Non lo so. Mi dà quasi fastidio cercare di spiegare perché mi piace, il che è curioso visto che mi sono seduto qui proprio per spiegare perché mi piace. O forse per espiare l'inutile macerazione degli asparagi in acqua bollente. "Cuocili al vapore!" ti ho sentito, laggiù in fondo. Sì, prometto che lo farò. Ma prima voglio finire Kafka sulla spiaggia. Il tipico libro che divide i fan. "Aridatece Norwegian Wood" dice una parte degli ammiratori. Quelli che vorrebbero che uno scrittore raccontasse sempre la stessa storia, sempre con lo stesso stile. Invece Murakami va avanti per la sua strada con la costanza di un maratoneta (cosa che, peraltro, è) e, libro dopo libro, mi sembra sempre più bravo. Per il momento Kafka sulla spiaggia è addirittura sconcertante, per come mi fa desiderare di essere nei luoghi narrati in quelle pagine. Allo stesso tempo tremo a pensare cosa mi aspetta dietro l'angolo della prossima pagina. E so che arriverà con dolcezza, o per lo meno senza maldestri colpi di scena. Murakami è uno che serve il cliente con guanti bianchi. Lui cucina, io mangio. "Qualcosa di semplice". In tutti i suoi libri c'è sempre qualcuno che si prepara "qualcosa di semplice" da mangiare (Non asparagi, temo, ma comunque. ) Probabilmente è una fissa dei suoi traduttori, Amitrano in testa. Chissà com'è il kanji che delinea il concetto di "qualcosa di semplice".
Forse mi piace Murakami solo perché ho letto troppo poco. Gli scrittori russi, come un presentimento nebuloso, aleggiano sul mio futuro di lettore - e non è una prospettiva poi così spiacevole.
Sta per uscire un film tratto da Norwegian Wood, considerato dai fan di cui sopra IL libro di Murakami. Gran libro, ma forse gioca un pelino sporco, lì: rievoca un'epoca, la fine degli anni Sessanta, dove anche una sedia a sdraio abbandonata su una spiaggia acquisisce un che di epico, poetico, memorabile, eterno.
Forse mi piace perché è un super-snob, ma scrive in maniera totalmente non snob. Perfino quando cita un jazzista sconosciuto (a me) ogni due righe, non è saccente. Sembra sereno come un uovo in cui, se guardi bene, c'è una microscopica macchiolina di sangue nel tuorlo. Non vuole negare la natura umana, Murakami. Non si affanna a camminare ostinatamente sul lato soleggiato della strada. Non è freddo, non è caldo, a tratti quasi non è, eppure affonda il coltello del narratore fino all'osso dei suoi personaggi. Io non ci capisco niente, se provo a spiegarlo, Murakami. Forse proprio per questo è il mio scrittore. Quello che mi manda in tilt se provo a pensarci su, e mi fa stracuocere gli asparagi se lo leggo.


5 comments:

Andrea Peduzzi said...

Io pure leggo Murakami quando ho bisogno di passare del tempo in una certa modalità.

Oltre alle ascendenze che hai indicato, non hai mai notato le somiglianze con la poetica di Lynch (Tema del doppelgänger, dimensioni oniriche, un non so che di perturbante ecc.)?

Oltre a questo, tra i due sussistono delle coincidenze precise e assai strambe: nell'Elefante Scomparso, ad esempio, in un racconto compare un nano ballerino che si impossessa delle persone del tutto speculare a quello che Lynch rappresenta in Twin Peaks (pur americanizzato). A questo punto mi piacerebbe sapere, tra i due, chi ha letto/guardato chi, considerato che Lynch ha un debole per la cultura giapponese, e Murakami per quella popolare americana. Boh.

B. said...

Dici molto bene, Peduz. Per quanto ne capisco, la commistione Lynch/Murakami è reciproca, ma all'inizio vedo comunque Lynch. Bello questo stralcio d'intervista dal sito Einaudi:
"Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia via, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. lo sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo."

Che poi forse nel testo non ho citato Kafka, può essere?

Andrea Peduzzi said...

Considerato che parli di "Kafka sulla spiaggia", quantomeno lo hai nominato :)

Bella l'intervista, la condivido tutta e - così a occhio - rappresenta più o meno la visione che mi sono fatto negli anni riguardo l'arte ospitata nella cultura popolare (e ci entrano anche i videogame).

Murakami però in quella roba pop/dark (esiste?) nel corso degli anni ci è finito sempre più a fondo anche con i contenuti, oltre che con la forma. Che gli piaccia o meno (e a me piace, beninteso).

Per mia grossolana comodità gli ho sempre attribuito due grosse linee poetiche: quella "esistenzialismo nostalgico anni '70", e quella "alla lynch"; se nei romanzi giovanili la prima era in testa, con le opere della maturità mi è parso che si sia sbilanciato molto di più verso la seconda. mi viene da pensare che ci si diverta proprio, a scrivere ai limiti dell'horror, e che quella fosse proprio la sua vocazione (ma da ragazzo non osava, forse si vergognava?).

Anonymous said...

Io affondo la mia limetta per le unghie: "cultirali"? :)
e ti suggerisco Virginia Woolf :O
S

Nicolò Pellegatta said...

Il film Norwegian Wood fa cagare. E' la cosa più noiosa degli ultimi centocinquant'anni o giù di lì.

Per il resto concordo su ogni briciola del post: da come Murakami riesca a coinvolgerti in ogni singola frase. Ogni libro è un'infatuazione. Adoro oltretutto il modo con cui presenta i colpi di scena, nella maniera più subdola ad ogni inizio di capitolo. Leggere Dance Dance Dance per credere.
Ho letto a inizio Giugno La ragazza dello Sputnik: una storia che a ripensarci è banale eppure ha fatto volare (o quasi) un Roma-Los Angeles da 13 ore. Sul comodino ora giace il librettino Tutti i figli di Dio danzano: lo porterò in vacanza e dopo quello mediterò finalmente di leggere il poderoso Kafka sulla spiaggia.