Wednesday, 1 October 2014

1984. Il bambino Babich e i videogiochi

Salutando un'estate di trent'anni fa.

Estate 1984, quella tra la quarta e la quinta elementare: un journal davvero poco intime, quello commissionatoci dalla maestra Silvia come compito per le vacanze. Voi raccontate cosa avete fatto, e poi i passi più interessanti li leggiamo in classe.

Esattamente trent'anni dopo ho ritrovato il diario di quella estate. Le conoscete, sono state anche le vostre. Le estati apparentemente infinite, lunghe tre mesi, che quasi ci si riusciva ad annoiare, dal tanto tempo libero ci veniva concesso. Coi genitori che facevano salti mortali per far sì che i bambini, almeno loro, riuscissero a godere appieno di quello spazio caldo e arioso.

Fu un’estate molto importante, per il futuro del bambino Babich, perché in quella estate scoppiò il suo amore incondizionato per i videogame. Certo, nel 1984 i videogame non erano più una novità tra i bambini italiani. Space Invaders si era imposto in tutti i bar possibili immaginabili dal 1980 in poi, e anche il bambino Babich si era sottoposto alla rituale partita underage (i coin-op, non lo ricorda mai nessuno, erano vietati ai minori di 14 anni). Fu una splendida partita di 15 secondi, ma almeno ebbe il lusso di non essere disputata abbarbicato sopra uno sgabello, come ogni giocatore anziano ama ricordare di sé, bensì ai comandi di un comodo cocktail table nell’Hotel Ladinia di San Vito di Cadore (BL). E poi c’erano i Game & Watch Nintendo che sbucavano dalle tasche dei bambini più fortunati già nel 1982. Il VCS e l’Intellivision (che tutti i bambini chiamavano Intelevision) e, per aggirare i genitori più ansiosi e facoltosi, i primi computer 8 bit. Con tutto il ritardo del caso, perché tra Italia e America (e Giappone!) c’era comunque un gap di mesi, se non anni, sul lancio di certi prodotti, è palese che i commercianti nostrani si erano sbattuti parecchio per impallinare quanto prima possibile l’italica prole con copiose scariche videoludiche.

Il bambino Babich, però, era fino a quella fatidica estate del 1984 un utente saltuario, normalmente interessato ai videogame come a uno tra i tanti nuovi giochi possibili immaginabili. D’altro canto, durante l’anno scolastico, nei bar ci si fermava giusto il tempo di un gelato e di un caffè di mamma o papà. Non c’era uno spazio dedicato dove conoscere e approfondire senza genitori, senza fretta, senza tempo.

Quello spazio arrivò sotto forma di un campeggio d’agosto, con la sua umile sala giochi di sette coin-op financo vecchiotti, con il bar con altri tre coin-op un po’ più cutting edge. Giorni e giorni a fare finta di andare in spiaggia finendo sempre al bar, alla sala giochi, al bar e alla sala giochi, senza un soldo, ore e ore ad osservare le partite degli altri. Con le immagini pixellose che pian piano divoravano il posto di tutto il resto nella testa del bambino Babich. Divoravano i cartoni, divoravano il Lego, divoravano i Micronauti. Anzi, più che divorare il resto, diventarono un paio di occhiali kantiani lo-res con cui tutto il resto, da allora, sarebbe stato osservato grazie a categorie nuove. Nuova estetica, nuova etica. La musica elettronica. 



Sintomaticissimo che i primi tre post che il Babich adulto abbia poi scritto per questo blog siano un proprio un tentativo di affresco emozionale inerente questo momento di formazione datato agosto 1984 (in inglese presumibilmente al fine fondamentale di raggiungere con il Verbo miliardi di persone):





Ma ecco le scansioni delle pagine del diario. Il bambino Babich, se possibile anche più di quello adulto (cfr. spocchiosi link soprastanti), aveva grande bisogno di pavoneggiarsi. Ancora scevro del suo lato più cupo, che si sarebbe manifestato di lì a pochi anni, era uno sfrenato, giocoso esibizionista. L'idea di scrivere un diario delle vacanze ad uso terzi (l’intera classe!) risultava più eccitante di un palcoscenico. E lo stile è così sovreccitato - imborezzà', si direbbe in triestino, che è perfino involuto rispetto agli standard di quella età. 




La prima testimonianza del bambino Babich in merito ai videogame da sala non è sui contenuti degli stessi. O su cosa siano i videogame. L'attenzione, disperata, è tutta per i soldi, o meglio per la loro drammatica scarsità. Dissimula, il nostro, scrivendo "sono solo un osservatore". Heh. In generale, queste pagine sono dominate da un candore fulminante, quello dello scrittore ingenuo che crede di poter formare in piena libertà l'opinione dei lettori quando in verità, nel celare goffamente la realtà, egli la manifesta con raddoppiata intensità. Anche il millantato credito (letteralmente), va da sé, è una invenzione dell'imberbe Babich, che vuole qui dipingersi Gastone che trova i crediti nei coin-op passandoci davanti per caso. Per tre volte. Ma UN MOMENTO. Rinsavisce, reboot e via a spiegare un po' di lessico videoludico.



La nomenclatura videoludica è affascinante. Il bambino Babich, pur non possedendo ancora una accettabile padronanza lessicale della propria lingua, sa già che la conoscenza dei nomi equivale alla detenzione del potere, e si lancia in una disamina terminologica che si arena ben presto. Cosa dirà l'audience, la classe confusa da tante nozioni spiegate grossolanamente? Meglio buttarsi su un altro argomento, un qualsiasi altro argomento, prima che il brusio in sala si faccia insostenibile. È così sciocco consumare quasi tre pagine così. 


Incomprensibile, il riferimento è alla discoteca del campeggio, che effettivamente sparava fino alle due il meglio della peggiore ItaloDisco possibile immaginabile. Non in una delle infinite, sfinenti serate revival di musica anni Ottanta: erano gli anni Ottanta in tempo reale. Ci pensate? Sono esistiti. Questi fogli ne sono la testimonianza. Per la cronaca, il bambino Babich non aveva ancora una radio propria, quindi non si sa bene quale radio potesse accendere a tutto volume - peraltro, alla radio avrebbe trovato esattamente la stessa ItaloDisco che impazzava di lì a qualche centinaio di metri. Anni Ottanta. Non si esce vivi, dai medesimi.

Ma orsù! Sono passate dieci righe. Probabilmente, pensava il piccolo scrivano triestino, è di nuovo sicuro tornare ai videogiochi. E stavolta si fa sul serio. Le prime recensioni di una vita. Con screenshot amanuensi. 




E' il futuro, bellezza. Ai bambini piace un sacco il futuro. Doveva ancora esserci il 2000, era tutta una corsa al futuro. Fa specie che parlare di quel futuro, ora come ora, sia parecchio un atteggiamento passatista. Ma non c'è soluzione, è un problema, se non filosofico, per lo meno di tempi verbali. Ma possiamo ingannarlo parlando al presente del bambino Babich, sofferente in primis di non poter riempire del magico nero dello schermo del monitor  i suoi disegnini scribacchiati su una sdraio o su un mobile in formica e compensato da roulotte. Lo sfondo bianco dei disegni, dall'incontro epifanico coi videogame in poi, è vissuto come un'onta dal bambino Babich. Black is black. Fuck quaderno a quadretti se non posso scrivere bianco su nero. Righe? Oldskool. Matite? Campitura fallimentare, do want acrilico catodico.

Conoscete i giochi rappresentati (certo un pelo più intelligibili grazie alle schermate qui riprodotte che non nei disegni tremanti del bambino Babich)? Se siete anziani videogiocatori, qualcosina dovrebbe esservi noto, ma non è il punto - il bar e la sala giochi del campeggio offrono quello che possono, è il Dio dei Cabinati che sceglie per te cosa farti trovare nel bar sotto casa. Potresti vivere il 1987 ignaro dell'esistenza del tuo gioco preferito perché non abiti a Roiano ma a Gretta Alta. Potresti pensare che i cabinati di Star Wars dove ti siedi e piloti l'X-Wing sono solo un pesce d'Aprile di una redazione milanese che si inventa complotti ai danni dei provinciali tediati da sale giochi sguarnite. Potresti tutto questo e molto di meno, se il Dio dei Cabinati ha deliberato così. No, senti, tu giocherai a Mr Do! e a Crush Roller, quest'anno, perché va così. Campeggio Punta Spin? Bene, puppati PengoLady BugTail Gunner che però conoscerai solo come Sky Fire perché quello c'è scritto sul maruqee  del cabinato. E Turbo di Sega te lo farò conoscere col nome fittizio di Indianapolis perché sì, perché chi l'ha piratato gli ha cambiato il nome per sfizio, sostituendo l'ambulanza con la camionetta dei vigili del fuoco. E poi ti metto Scorpion, che tu per quindici anni penserai che era un gioco straniero piratato e invece no, al contrario, era un gioco totalmente made in Italy e per questo ora che sei vecchio e stanco e te lo vuoi comprare per ricomporre inutilmente i tasselli della tua infanzia non puoi, non puoi perché è raro, introvabile, addio, ed è meglio così, te lo lascio come sogno cui anelare, sono il Dio dei Cabinati e tendo a essere un po' prolisso, scusa bambino Babich torna alle tue recensioni, che manco sapevi che così si sarebbero chiamate, e che addirittura ne avresti poi scritte per campare per dieci anni e passa..




Pengo, che poi il Dio dei Cabinati aveva in realtà chiamato PENTA nella versione pirata presente nel campeggio, permettendo però ai giocatori di conoscerne il vero nome grazie a un bambino che l'aveva già giocato in un bar di Campodarsego (PD). Pengo/Penta scaraventa il bambino Babich in uno stato di fregola massima. "E" senza accento. L'uso del "semplicemente" per superare lo stress derivante dalla complessità del soggetto trattato. "Cocinella". Fuori controllo. QUI BISOGNA MANGIARE TUTTO. La schiacciante convinzione reaganiana che tutto ciò che di buono esiste al mondo deve per forza venire dall'America (mentre, dei giochi sopra disegnati, solo un coin-op, Tail Gunner, è effettivamente Made in USA). Interessante l'elenco degli insetti che fungono da avversari. Il cabinato di Lady Bug del campeggio doveva, pur essendo un anonimo prontoscheda, avere sui lati un adesivo con le istruzioni per giocare, citate nella pagina del bambino Babich con la tipica approssimazione di chi scrive mentre mangia pane, burro e zucchero. Una ricerca rivela però che quei nomi, per storpiati che siano, erano stati memorizzati e trascritti a partire da una fonte originale




"Mangiare lo schermo" non è male. Una metonimia inversa. parlare di "Il tipico 3D" nel 1984 poi è una mistificazione, è come se nel 1969 qualcuno avesse chiamato Tommy degli Who "il tipico concept album". Ma tipicizzare qualcosa di nuovissimissimo a pedate lo rende meno alieno e più gestibile.

Dall'altro lato, il 3D per l'epoca altrettanto spettacolare di Turbo/Indianapolis passa in secondo piano di fronte alle scritte in ITALIANO. Cioè, come è possibile che un ritrovato della scienza moderna come i videogame, che sono, ricordiamolo, americani per definizione, abbia dentro delle scritte in italiano e pure - come ricordato dal Dio dei Cabinati - il camion dei Vigili del Fuoco? Resta a tutt'oggi un mistero, perché di questo cabinato italianizzato si sono completamente perse le tracce, nemmeno  i massimi esperti nazionali sanno dare risposta a questa che pertanto sembra più che altro un'allucinazione infantile di un'estate troppo calda e troppo libera.





Era solo l'inizio. Avrei di lì a qualche mese cominciato ad acquistare regolarmente riviste di videogame. Dapprima solo "Videogiochi" e poi man mano le altre. Credendo di apprendere di videogame, mentre in realtà stavo apprendendo anche logiche editoriali, dinamiche comunicative tra redazione e lettori e tante altre facezie che mi permisero poi di vivere con serenità i lunghi anni passati come redattore, tra le altre, della rivista ufficiale Xbox e di quella Nintendo. Potrei dilungarmi in merito a tutte le altre influenze che mi hanno realmente permesso di dedicarmi alla carriera di giornalista prima e di game designer poi. Ma quelle sono naturali concatenazioni, prodromi, paralipomeni, quel che volete. Tutto deriva dall'estate del 1984, dallo strano pattern con cui una serie di impressioni si sono andate a cristallizzare nella mia coscienza, addirittura prendendone il posto, in certe fasi della mia vita. Intendo dire che è stato un gioco rischioso, quello di riempirsi la testa di videogame così tanto e con una simile intensità. A tratti i loop, i mandala videoludici diventavano nel mio cervello la forma stessa dei pensieri, una sorta di meditazione all'incontrario che  proietta il sé lontano anni luce dal centro della propria coscienza, verso la dimensione del non esistente. 




Mi rendo conto di suonare piuttosto criptico. Ma se avete giocato abbastanza a Tetris forse potete capire. Quella sensazione per cui i tetramini continuano a fioccare nella testa anche dopo che avete smesso di giocare. Mentre camminate e guardate i palazzi. Mentre cercate di dormire. Mentre la morosa vi parla. Ecco. Ora immaginate che questa diventi la norma, la forma stessa dei vostri pensieri. Per me, da quel 1984, in molti momenti è stato così. Alle volte mi risuccede. Tra tutte le forme espressive, per una qualche misteriosa ragione di chimica cerebrale o di chissà cos'altro, i videogiochi riescono a entrare in simbiosi con il mio cervello come nessun altro medium. Posseduto. E se sono sopravvissuto è stato solo per uno sforzo cosciente e costante. Ma questa è un'altra storia - il bambino Babich, sperduto nella calda estate del 1984, potrebbe quasi sembrare un tenero esempio di stupore infantile. E non una flebile farfalla alle prese con una splendida e pericolosissima tela di ragno. 


5 comments:

Simone De Paola said...

Questo articolo è incredibile quasi quanto la reale esistenza degli anni '80.

Wis said...

Spero non ti offenderai se solo in un secondo tempo ho letto gli appunti del vecchio Babich. Gli scritti del piccolo Babich mi hanno totalmente stregato.
Mi ha stupito in particolar modo la squillante nitidezza conseguita nella rappresentazione grafica della tridimensionalità dei blocchi di Pengo e delle croci sparse nel labirinto di Lady Bug, tutti dettagli che non solo non ricordavo, ma che mi sarebbero sfuggiti anche se avessi avuto di fronte i giochi in questo istante.

Anonymous said...

Vediamo di salvare la bambina Babich dalla centrifuga videoludica, almeno limitando l'accesso a Lady Bug?
S

Joe Slap said...

Che fantastico bimbo, il piccolo Babich. W gli anni '80! Questo diario merita di finire nella teca di qualche museo.

Pietro Rei said...

Complimenti, bellissimo articolo!
Per me l'estate dell'84 è stata anche per me quella tra la quarta e la quinta, ma liceo però, prima estate senza esami di riparazione :-) e siccome l'anno prima mi avevano regalato lo ZX Spectrum fu una delle estati più 'digitalmente' creative della mia giovinezza!