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Saturday, 6 March 2010

A quick one with Cat Stevens



Don't be shy, just let your feelings roll on by
Don't wear fear, or nobody will know you're there
Just lift your head, and let your feelings out instead
And don't be shy, just let your feeling roll on by
On by

You know love is better than a song
Love is where all of us belong
So don't be shy just let your feelings roll on side
Don't wear fear or nobody will know you're there
You're there


Vita nuova, canzoni nuove nel lettore MP3. Se scruto per bene negli anfratti digitali del suddetto lettore, trovo degli MP3 che sono lì da tempo immemore. E siccome è un tenero piccolo lettore MP3 da 2 giga, è sempre necessario fare spazio per metterci dentro dischi nuovi. Problema: dopo tre-quattro mesi che un MP3 è sul lettore, esso assurge ai miei occhi a una dimensione di sacralità - se non è stato cancellato, una ragione ci sarà, e la ragione è solitamente che torno e ritorno su quel brano/album/artista con grande piacere e grande costanza.
Per trovare il coraggio di fare spazio ed eliminare questi mostri sacri del mio gusto personale, userò questo Babich Playground, scaramanticamente, come luogo del rogo. Un rogo che non sarà privo di una breve cerimonia commemorativa.
Il file più vecchio presente sul mio MP3 è la canzone "Don't be shy" di Cat Stevens. Brano di una semplicità disarmante, scritto da Cat con la mano sinistra per la colonna sonora di "Harold & Maude", il film che ora per piacere correte a vedervi qualora, misteriosamente, non l'aveste mai fatto. Comunque. Un pezzo fantastico, che ho qui celebrato suonandolo rigorosamente al volo e senza preparazione, una specie di sveltina musicale con Cat Stevens, che Allah l'abbia in gloria perché è un genio, sia nei suoi momenti più pop folk sia in quella strana vena acoustic-progressive che cavalcava a metà Settanta. Ed è un figo anche adesso che si chiama Yusuf e ha ripreso a far dischi, cantando ancor meglio che in passato (meno enfasi, più serenità nella voce).
Compiti per casa:
- Ascoltatevi anche come la fa Eddie Vedder. Perfetta per lui. Difficile anche per lui, però, staccarsi dall'interpretazione Stevens. E perché mai farlo?
- guardare Harold & Maude (se non sapete niente della trama non documentatevi, è meglio farsi cogliere di sorpresa)
- ascoltare "An Other Cup" e "Roadsinger", i due dischi di Yusuf Islam degli anni Duemila.
- già che ci siete ritirate fuori i vinili di "Teaser & the Firecat", "Tea for the Tillerman", "Buddha & the Chocolate Box".

Sunday, 21 February 2010

E se Zooropa fosse un buon disco?

Vorsprung durch technik.

Lo so che non ci stavate pensando. Da quant'è che non ci pensate, a Zooropa. Voi eravate tranquilli che sorseggiavate un cordiale, o uno stravecchio cazzeggiando su Internet, e siete passati di qua, chissà che ci racconta oggi Andrea Babich, e speravate tutt'altro, magari in qualcosa che rafforzasse la vostra posizione in merito al Festival di Sanremo, quale essa sia. Sentirmi dire che sotto sotto mi piace Mengoni, e che lo metto sul medesimo livello di Garbo o Federico Fiumani.
E invece. Il dilemma "E se Zooropa fosse un buon disco?" mi sembra, nello spazio e nel tempo e nell'anima, la cosa più lontana da questa domenica pomeriggio postsanremese. In assoluto. Detossificante.

Ancora lì? Ok.

Era il 1993, e milioni di U2-fan estasiati sciamavano verso i negozi di dischi. Venite adoremus, è uscito il sequel di Achtung Baby! Diamine, messa così, era una partita praticamente persa in partenza. Non si può fare un sequel di Achtung Baby, uno dei 10 migliori dischi degli anni Novanta e non mettiamoci a discutere nemmeno su quest'affermazione. Eppure, proprio perché Achtung Baby era così squisito, i fan ne volevano ancora. Era palese e umanamente comprensibile.
Bono e compagni non potevano non sapere. E siccome sono tanto bravi quanto paraculi, si devono esser detti: "qui se ci convinciamo anche noi che vogliamo fare il sequel di Achtung Baby siamo spacciati, dobbiamo inventarci un'ambizione che non abbiamo (per forza, l'abbiamo messa tutta in Achtung Baby!). Questo comporterebbe un tempo immane in qualche remoto studio di registrazione, comporterebbe un nuovo, innovativo concept sonoro da sottendere all'opera, e insomma, che sbattimento, saremo anche gli U2, ma non si potrebbe abbassare un po' il tiro?"
(Sì, li ho sentiti personalmente dire queste esatte parole, in italiano, per giunta, una volta che li ho incontrati al "Ben Bon", eccellente bettola di Roiano.)
E così gli U2 abbassarono un po' il tiro, non se la tirarono e fecero uscire Zooropa appena 2 anni dopo Achtung Baby, così, en souplesse, "e venga come venga, che intanto così abbiamo una scusa per continuare 'sto mega-tour che ci piace tanto".
Si diceva che sono paraculi, però, 'sti U2. E allora ecco che il disco, pur insolitamente "leggero" (per quanto possa leggero un parto degli inventori della moderna epica del rock, s'intende), strizza comunque l'occhio agli arrangiamenti di Achtung Baby. E sono quelli i momenti, secondo me, in cui funziona peggio. Tipo Zooropa la opening track, accipicchia, quanta roba ci han voluto mettere dentro, 7 minuti di roba, con un'intro eccellente, poi tutte le strofe della canzone, poi tutti i ritornelli. Ascoltatela e ditemi se non è così. Forse per fare gli originali, hanno montato la canzone di sghimbescio, polarizzandone gli elementi strutturali. In ogni caso, iniziare con quel feeling-attenzione-bambina falsa la percezione di ciò che viene dopo. Ok, parlo per me, per me che appunto non accettavo che abbassassero il tiro, i ragazzi. Babyface, ascoltata con monumentale senno di poi, è un pezzo pop eccellente, quasi lennoniano, almeno come peso specifico, se non come gusto compositivo. Numb ha tutta la potenza deviata di un lato B, e infatti, per fare gli eccentrici, gli U2 l'hanno scelto come video. promozionale. Cantato da The Edge, addirittura, ergo fresco, diverso. Lemon ci spiega un'altra qualità del disco: la sua acidità ragionata. Mentre Achtung Baby andava giù con tutta la distorsione concepibile da Eno, Lanois e gli U2, qui l'acidità è perfettamente commisurata allo stile "sopra le righe" dell'operazione. Più tastiere, anche sbarazzine, sempre un filo Madchester, un filino house, addirittura, però sì, l'acidità va a pesare meno sulla chitarra e un po' più sui suoni di sintesi tastieristici - e in effetti questo si rivelerà il biglietto del traghetto che trasporterà gli U2 verso Pop.
E quant'è pop Stay? Così pop che è stata scritta per Sinatra, che siccome era Sinatra, ha detto a Bono che non esiste, che quella se la cantava lui e che insieme, per un disco di duetti, avrebbero interpretato quel bel pezzo di Cole Porter. E vabbe', Bono se l'è cantata lui, Stay, e proprio bene, molto bene, con una modulazione tra falsetto e voce piena che lascia l'ascoltatore un po' più vicino al cielo sopra Berlino e un po' meno a quello sopra la brughiera dove non si vede a un passo.
Daddy's gonna pay for your crashed car è la canzone che mi ha spinto a lanciarmi in questo post revisionista, almeno presso la mia persona, di Zooropa. E' un brano stupendo. Moderno, ossessivo, spietato tanto nelle timbriche quanto nel testo. Coerenza testo-musica dieci più! Perfino il filo di retorica che sembra permeare questa filippica contro i figli di papà può essere vista come una consapevole accentuazione dell'ossessività complessiva.
Some Days are better than others, che arriva subito dopo, mi rivela che uno dei problemi di Zooropa è probabilmente l'ordine scelto per le canzoni (il che rispecchia in effetti l'assemblamento bislacco di strofe e ritornelli in Zooropa title track). Come si fa a mettere dopo Daddy's gonna pay for your crashed car una canzone con un ritmo funkeggiante e dei BPM così simili, ma con molta meno aggressività? Bastava tenerle un po' lontane nell'arco della tracklist, perché, sic stantibus rebus, Some Days are better than others ne viene un po' maciullata. E' un ottimo pezzo, con delle chitarre vagamente dissonanti, un testo e una metrica giocososfiziose e altre qualità segrete, ma certo non gli giova di arrivare in coda alle sonorità così intense (cit.), quasi industrial, della precedente.
Soprattutto se poi, ancora a seguire, arriva The First Time, che sembra ripescata addirittura dagli outtake di The Joshua Tree, a sentirla. Atmosferica, e solo quello, come quando la rugiada rende bella una discarica, però cavoli, è la canzone à la U2 vecchia maniera più scontata che potessero fare. Un crescendo, più che rossiniano, eniano, tutto affidato alla maestria di Eno che fa quello che può coi synth. Ma forse è il testo che mi ammazza, con il ggiovane ribelle che rifiuta le ricchezze del padre e se ne va dalla porta sul retro gettando via la chiave. E sticazzi, buon per lui, ma se la canzone è musicalmente vuota, e il testo è retoricamente sciapo, possono davvero bastare Eno e la voce di Bono a tenere in piedi la baracca? Secondo loro sì, secondo me, sticazzi.
E vabbe', pazienza, soprattutto se subito dopo c'è Dirty Day, che all'epoca mi sembrava pur'essa sciapa, po'rella, e io, io non ho mai capito niente, tanto che Dirty Day ora mi piace molto, perché all'inizio sembra succedere poco, musicalmente, ma in realtà ci intravedo (intrasento?) un nervosismo sotteso, serpeggiante, che infatti a un certo punto esplode con efficacia in uno schitarramento serrato e riuscitissimo. E prima succedono altre cose, che oh insomma sentitele, e che mi pare riescano a condurre l'ascoltatore esattamente dove vogliono e come vogliono, in un percorso audio-emotivo che non tradisce fino alla fine.
E poi c'è la fine del disco, e anche là, cosa potevo capire, nel 1993, che non sapevo chi fosse Johnny Cash? Be', sì, sapevo che era un vecchiaccio del country chiamato dagli U2 a cantare The Wanderer, l'ultima canzone di Zooropa. Splendido, un pezzo country fatto e finito, che magicamanete funziona e risplende grazie all'enossificazione sonora: scampanellii fusi nell'alba, un basso elettronico che potrebbe serenamente esser riprodotto col Commodore 64, cori angelici di Bono e The Edge e magari qualcun altro. E sopra tutto, la voce di Cash, ieratica, che quando dice "Jesus" diventi per un'istante fervente credente, per quanto arrovellato e maledetto quanto lui. Sì, sì, lo so che Cash ha rifatto Personal Jesus dei Depeche, e per forza, lo sa anche lui quanto je suona bene in bocca il Jesus!
Però, a ricordarci che Zooropa è sì un buon disco, ma che è anche un disco fatto su un po' alla svelta (per i pachidermici ritmi U2), ecco che come sorta di ghost track i ragazzi ci piazzano uno dei suoni più fastidiosi della storia della musica, il suono dell'antifurto di un cesso di un camion finito per sbaglio nella metro di Berlino, o qualcosa di simile, insomma, provate a definirlo meglio voi. Io Zooropa me lo sono raccontato così bene, in questo post, che adesso ci voglio anche un po' più bene di prima, ecco. Poi passerà, ma per intanto let's get to the overground, baby. E sì, vieni anche tu, Mengoni, che è tutta salute.

Sunday, 8 November 2009

Cossa sarà de noi

Devendra Banhart, What Will we Be, 2009

Devendra Banhart è il mio cocchino musicale degli ultimi 5 anni. Non so come altro definirlo. Di per sé si potrebbe definire come un artista folk venezuelan-statunitense che mescola folk, bluegrass, rock, tropicalismo, blues. Simpatico, alla mano, bellissimo, naturista, misticheggiante, cromoterapeutico, originale nel modo di cantare e citazionista di talmente tanta roba che, una volta setacciata, la roba è totalmente sua.
Ma se devo rapportarlo a me, è il mio cocchino. Quello che sospende il tuo giudizio, che non ti fa dare mentalmente dei voti ai dischi, che tutto quello che fa lo fai tuo. E' bello seguire la sua crescita, perché per una volta non è un artista classico/vecchio/morto, è uno che sarà nato nel 1982, così a occhio, intuendone la giovine vecchiezza dietro la barba da cugino It. Devendra evolve in totale allegria, disco dopo disco. Esistono un sacco di wikipidie e allmusic.com dove potete scoprire, disco dopo disco, cosa combina il nostro. Ma ora è uscito il nuovo disco, ed è soggettivamente bellissimo, è entusiasmante, è dolce e amaro e allegro e triste come il cielo frizzante del crepuscolo attraversato da nuvole veloci in un ricordo del 1987 che vi è appena tornato in mente ed era dal 198X che non vi veniva in mente, pensa te. Che poi faceva freddo ma stavi andando a trovare un amico e in casa c'era calduccio e c'era l'amico e magari anche la sorella dell'amico che ti piaceva.
La cosa più riuscita del disco è che non è fatto per aderire ad alcuno standard contemporaneo di piacevolezza discografica. Né, altresì, è pensato per andare furbescamente controcorrente per farsi notare. No. E' un disco che trasmette il piacere di chi lo ha composto e dell'atto comunitario della performance sonora. Una band, con ogni strumento che cura la sua parte, sembra molto scritto come album, con ogni fraseggio di chitarra/basso e ogni stacco di batteria al suo posto, ma allo stesso tempo con un calore da jam session riuscita.
Perché parlo di "poca piacevolezza discografica"? Perché il disco parte lento, per quanto tra il gioioso/sereno, per poi scendere in uno strano torpore malinconico, come un ingranaggio che perde l'abbrivio e infine sembra quasi arrestarsi. A quel punto - sorpresa! - Dev mette la quarta e parte con un gran pezzo che cita nel titolo i Roxy Music, evidente influenza, quasi a dire ai fan dei Franz Ferdinand: ehi, non ce l'ho con voi, sto copiando i maestri, non gli ultimi arrivati. Di guru un guru ecco il brano "Rats" che a tutti ricorda Jim Morrison ma a me le chitarre ricordano i Led Zeppelin più pop, quelli che affioravano di volta in volta nei dischi dopo i primi quattro. E poi ci sono altre prelibatezze, tutte incastrate una nell'altra che non si capisce davvero dove voglia andare, questo disco, ma ciò che adoro è proprio che non è che siamo nel 1973 e che devi per forza far andare il disco da qualche parte, se la realtà contemporanea è priva di un nucleo e frammentaria e cedevole e vuota di ideali e blablabla, allora fa proprio al caso mio un disco privo di un nucleo e frammentario e cedevole e vuoto di ideali e blablabla, in cui il massimo dei valori espressi sia "I close my eyes and I see you dancing/do you see me when you close yours too?"
Devendra sta ai blocchi di partenza e guarda nella direzione opposta, fa un "flying start" ma continua a correre ridendo nel tramonto, con le sue regole, il suo passo, il suo sorriso infantile (nella migliore delle accezioni possibili). Non sarebbe male nemmeno essere un suo calzino, in questa corsa che è un viaggio di ricerca musicale, personale, spirituale.
Accipicchia, avrei proprio voluto fare una recensione con tutti i crismi, e invece ho sbrodolato tutto, come degli gnocchi di semolino lanciati verso l'infinito. Una rece complementare potreste trovarla qui.

Thursday, 18 December 2008

Dischi rotanti :
Giuni Russo - Demo.De.Midi

Giuni Russo - Demo.De.Midi (2003)

I dischi rotanti sono quelli che, per varie vicissitudini, ti ritrovi ad ascoltare un sacco di volte. Come se fossero in rotazione alla radio, solo che sono in rotazione attorno a te e basta: il resto del mondo magari li ignora, li trova datati o magari li schifa pure. E tu invece te li ascolti a ripetizione, a volte contro la tua stessa volontà, magari perché li hai sul desktop sotto forma di mp3, o perché sono i primi nel listone personale di iTunes, oppure perché te sei portati al mare solo quelli. Nel mio caso il problema di solito è che sono quelli nel lettore portatile che ha uno spazio limitato: dunque metto su degli album che poi, in virtù della mia pigrizia illimitata, restano lì per mesi e mesi, sfidando ogni logica di turn over.
Di conseguenza, i dischi rotanti non sono necessariamente i preferiti assoluti. Magari sono dischi curiosi, che volevi sbocconcellare appena, mosso dalla curiosità, e invece diventano intimi compagni di viaggio in metropolitana, di camminate nei campi, di musicali silenzi della coscienza.

Nel 2008, uno dei dischi rotanti più rotanti attorno a me è stato sicuramente Demo.De.Midi di Giuni Russo. Un CD di fine 2003 pieno di versioni demo (da cui il titolo) di grandi pagine giunirusse, ma anche di piccole pagine giunirusse, ma anche di inediti giunirussi. Io adoro i dischi di demo/out take/rehearsal, dalla Beatles Anthology allo sconvolgente Scoop di Pete Townshend. Adoro quel senso di unfinished music, quella scarnificazione che ti fa capire subito se la canzone regge o non regge. In Demo.De.Midi ci sono pezzi che reggono e altri che non reggono, e la natura anni Ottanta/Novanta dei provini, ovvero una natura suonata specialmente con strumenti elettronici MIDI, fa sì che solo brani veramente meritori sopravvivano. Il demone dei demo midi, come sanno i musicisti tutti, non perdona. D'altro canto, se hai la voce di Giuni puoi accompagnarti anche con due legnetti, una fresa o un manometro a pressione, e comunque qualcosa c'è. Se a volte, soprattutto nelle registrazioni dal vivo, la voce scatenata della nostra beniamina raggiunge un lirismo per molti eccessivo, in questo disco da retroscena, da dietro le quinte, si trova una misura canora perfetta.

Tra gli episodi memorabili spiccano:
- "Una la verità", dall'incedere ipnotico da cammello, che poi sarebbe stata pubblicata con un arrangiamento stravolto e col titolo "Amala". Il demo è stupendo, e ha una reprise techno ignorante nella ghost track finale che è uno sballo.

- "La sua figura". È probabilmente IL pezzo di Giuni, per me. La "signature song". Ispirata dagli scritti di San Giovanni della Croce, riesce ad esprimere il significato dell'arrendevole cedevolezza mistica con tutta la leggerezza pop e la sensualità che sono proprie della Verità. Ne esistono varie versioni(de "La sua figura", non della Verità, che è una, vedi sopra) una anche in duetto con Battiato, ma qui c'è già tutto.

- "Vieni". Uno di quei bei pezzi arabeggianti che o hai la voce in grado di pigliare i quarti di tono o sei spacciato. Ispirata alla celebre quartina del padre dei Sufi, Jalal al-Din Rumi: "Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni: sei un idolatra, un miscredente, un ateo? Vieni. La nostra non è la casa della disperazione, e anche se hai tradito cento volte una promessa... vieni!" Recita in lingua persiana Gabriele Mandel, che è un gran signore di cui riparleremo. Mi pare di arguire che "Vieni", in persiano, si dica "Vasa", cioè "Bacia" in napoletano. Per la proprietà transitiva, "Vieni" e "Bacia" diventano sinonimi. Bello, no? Si tratta comunque di aprire il cuore, in fondo.

- "La donna è mobile" ci ricorda che i mistici sanno anche ridere. Se non soprattutto. Peccato che non sappiano ridere i discografici, che devono aver trovato un pezzo del genere inqualificabile.

- "L'abisso del sesso": figuriamoci poi un discografico che si vede recapitare un provino che dice "Tu con la tua follia sprechi l’energia e non conosci te stesso, e in me non fai che andare a fondo e vai negli abissi del sesso". Bella lì. Rejected.

Ci sarebbe tanto altro da dire. Ditevelo da soli ascoltando il Disco Rotante!

Naturalmente per godersi Demo.De.Midi sarebbe meglio conoscere prima almeno la discografia minima della Signorina Romeo, che personalmente individuo in: Energie (1981), Vox (1983), Se Fossi più Simpatica sarei Meno Antipatica (1994).

PS Ehi, ma è appena uscito un (abbastanza) nuovo disco di Giuni! No, così, per dire. È che mi sta così simpatica, Giuni.

Tuesday, 18 November 2008

Recensione di 12/12 del disco di Franco Battiato

Franco Battiato,
Fleurs 2, novembre 2008

Con gli Oasis ho fallito, e mi sono arenato con la recensione dopo quattro canzoni. Ovviamente questo non poteva succedere col mio beniamino siciliano! Ecco qui la recensione completa del "nuovo disco di vecchie canzoni", brano per brano. È bastato mandare il disco a ripetizione, lavorando nel mentre e aggiungendo questo o quel pezzo quando “veniva”, in preda ai pensieri associativi.

1) Tutto l'universo obbedisce all'amore
L’inedito del disco è in realtà una cover di Jean De La Fontaine. No, dai, però effettivamente De La Fontaine ha aforismato: “Tutto l'universo obbedisce all'amore; amate, amate, tutto il resto è niente”. E Dio se ha ragione. Battiato canta di questo, con altre parole, ma sostanzialmente fedele nel senso, e nella tensione emotiva verso l’infinito, al francese. La delicatezza dell’arrangiamento è commovente e allo stesso tempo ariosa, come un esercizio pianistico suonato da uno sconosciuto là, fuori dalla finestra, a primavera. Carmen Consoli, ben amMaestrata, canta con delicatezza e senza fare troppo la Carmen Consoli. Nemmeno Battiato canta troppo alla Battiato. Evviva la misura. Brano bellissimo.

2) Era d’estate
Sergio Endrigo è uno tosto, della categoria dei tosti che non ascolti sempre sempre, ma che quando hai voglia. La canzone è del 1963, e ha quell’ingenua leggerezza da canzone pop ai suoi albori, che affonda però solidamente le radici nella musica classica. Di nuovo, esercizi pianistici in sottofondo. Archi discreti. Battiato è molto chiaro nel definire l’atmosfera di questi due dischi. L’interpretazione vocale, non forzata, è franca e battiata at its best.

3) E più ti amo
Dopo un pezzo da novanta (o da ’60) come Endrigo, l’arrivo di questa “E più ti amo” (Plus je t'entends) del francese Alain Barriere risulta straniante, se non proprio fastidioso. Una metrica, in italiano, discutibile. Un testo, in italiano, risibile, dove il gioco della delicatezza da “canzone degli albori” non funziona più. Nemmeno il maestro può sollevare le sorti di una canzone che sembra una miscela casuale dei cliché della canzone “media” di inizio anni Sessanta. Capisco che Battiato ci sia affezionato, fu una delle sue primissime incisioni (1964), ma è così rende tutto più difficile.

4) It’s 5 o’ clock
Una delle mie canzoni preferite tra quelle degli Aphrodite’s Child. Il cantato, de-enfatizzato rispetto a quello di Roussos, si fa più attuale. A sorpresa, però, arriva un controcanto di una (cantante) persiana che restituisce l’enfasi canora persa, ma solo dove serve. Complessivamente, un arrangiamento a mio avviso superiore all’originale. Bella lì, uno sforzo ben Riposto.

5) Del suo veloce volo
Versione in italiano di “Frankestein” di Antony, quello di & the Johnsons. Pezzo splendido, l’originale. Pezzo splendido anche questo adattato in italiano: un testo semplice e toccante, la dolcezza del ricordo di un amico morto.
E poi arriva Antony. A cantare. Viene da ridere: diziona male in italiano tanto quanto Battiato diziona male in inglese. Eppure il suo timbro è talmente divino che glie lo perdoni, l’accento da turista inglese che chiede “scusei dovi è il boor”. Peraltro, ho letto che a inizio estate Antony è stato una settimana ospite di Franco alle pendici dell’Etna. Che sballo che sarebbe stato incontrarli! Incontri con artisti straordinari! A quando un duetto con Lou Reed?

6) Et Maintenant
Bécaud, nelle mani di Battiato, diventa molto meno rabbioso. Di più, come per una magia (sicuramente volutissima), il pezzo si pone come la continuazione di quello precedente, per tematica, testo, affinità armonica. Forse, come brano a sé stante, avrebbe brillato molto meno, ma in sequenza (e frequenza) con “Del suo veloce volo”, be’, è potentissimo.

7) Sitting on the docks of the bay
Addirittura nella stessa tonalità di "Et Maintenant", e con gli archi iniziali che gli ci si appiccicano perfettamente… continua la sequenza virtuosa aperta con Antony? No. Totalmente no. Questa cover è grottesca. Di più, disturbante. La prima strofa è esattamente quel “Battiato che fa il Battiato” temuto a inizio recensione, e tutto sommato evitato fino a questo punto del disco. E tutto va in frantumi quando irrompe la supercantante jazz francese Anne Ducros. Giuro, siamo nel piano bar dell’anima, nel sacro karaoke dei mostri sacri. Sicuramente loro si sono divertiti un sacco, e ci hanno dato una grande lezione sulle infinite possibilità del tutto e su quelle che non necessariamente vanno perseguite.
Peccato solo, a questo punto, che Johnny Cash sia morto prima di fare una cover di “The Wild Boys”.

8) Il carmelo di Echt
Ora è tutto chiaro: “Sitting on the docks of the bay” è stata incuneata nel disco come prova di cabaret, perché sennò il tutto risultava troppo coerente e ispirato, ma anche un tantino troppo struggente. Infatti il “Carmelo di Echt” riprende l'atmosfera dove “Et Maintenant” la lasciava. Continuo a preferire, a questa e a quella di Giuni Russo, la versione cantata dall’autore Juri Camisasca nell’omonimo album. Con quella sua voce scomposta come una pozzanghera increspata dall’immagine riflessa di nuvole piovose. Una delle più toccanti canzoni sulla Shoah che siano mai state scritte.

9) Il venait d’avoir dix-huit ans
Non si può dire che sia un disco allegro, ma nemmeno abbandonato allo sconforto. Anche questa cover di Dalida, con obbligatorio ricordo triste di Dalida che ne consegue (ah, Dalida, povera Dalida). Canzone mesta ma con un ritmo di batteria pop che la conforta con grande eleganza. Un po’ come in “It’s 5 o’ clock” e, guarda un po’, ecco che sbuca fuori anche qui la cantante persiana a vocalizzare un po’. La voglia di non strafare che permea tutto il disco è qui quasi brutale, con un finale un po’ lasciato a se stesso.

10) Bridge Over Troubled Water
Non è malignità: lo dice anche Battiato, che deve fare dischi per autofinanziarsi i film (nel prossimo minaccia di mettere Antony nel ruolo di Haendel!). Però qui siamo davvero nel “visto che posso permettermi di fare tutto, faccio qualsiasi cosa”. Vero, questa versione è opportunamente de-baglionizzata, ma è anche de-emozionalizzata rispetto a l’originale interpretata da Art Garfunkel. Quel che resta è una pronuncia inglese flebile e dubbia, adagiata sulla versione di “Bridge over Troubled Water” fatta da Richard Clayderman trent’anni fa. O quasi.

11) La musica muore
Duetto con l’autore Camisasca: funziona. Per un attimo temi di essere finito in una canzone dei Pooh, e invece no, tutto fila liscio, bello il testo, bella la costruzione armonica rock eppure non rock. Un inno generazionale che possono cantare con credibilità giusto loro, vista l’età e le esperienze di vita. So che l’ha cantata anche Shel Shapiro, sarei molto curioso di sentirla! Per intanto, l’intervento vocale di Camisasca è salvifico.
(Forse la misera interpretazione di “ Bridge Over Troubled Water” va riletta in quest’ottica: “la musica della nostra generazione muore, diamole il colpo di grazia”)

12) L’addio
Quasi dimessa questa versione di Battiato di un pezzo da lui originariamente composto per Giuni Russo (ah, Giuni Russo, povera Giuni Russo). Conoscendo e amando tantissimo l’interpretazione di Giuni, questa cover assume per reazione un significato prezioso e complementare: tanto intensa è lei, tanto in punta dei piedi è lui, come a rispettare doverosamente l’amica dalla voce così incontenibile. Curioso, Yin e Yang invertiti nei ruoli.

Ehi, avete DAVVERO letto fin qui? Ma meritate un premio buffo: mesi e mesi fa, un sito ha messo online questa finta cartella stampa di Fleurs 2, con finta copertina e finta tracklist esilarante. Se ho capito bene, l'autore dello scherzo era totalmente ignaro che sarebbe poi uscito questo Fleurs 2 (non facile prevederlo, dopo Fleurs 3! Battiato riderebbe di gusto di cotanta serendipità, se si così si può dire.