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Wednesday, 21 October 2009

Radio silenzio


Dopo il precedente post, piuttosto cac(c)ofonico, è il caso di rasserenare gli animi. Perché c'è un tempo per picchiare un tamburo e un tempo per giacere sul divano ascoltando la radio mentre il crepuscolo affila le sue lame, pronto a fare dolcemente a pezzi gli affanni dell'inutile, del brutto, del grottesco. Totalmente a caso, ma veramente, perché stavo leggendo dei Flaming Lips che intendono riregistrare The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd, ho trovato una trasmissione radio di una web radio americana importante che ha come ospite Franco Battiato. Non so perché mai Battiato sia là, la storia della radio, e per una volta non mi curo ansiosamente di scoprirlo. Massì. Fatevi cullare anche voi da questi trentotto minuti con, tra le altre, La Cura, La Stagione dell'Amore, L'Animale, il Re del Mondo suonate dal vivo in studio con un arrangiamento veramente minimale, piano, voce, un soprano qui, una tastiera là. Brilla soprattutto L'Addio, originariamente scritta per Giuni Russo, vista in Fleurs 2 e qui resa ancora più scheletrica dal sempre più stilosamente vecchio Francuzzo. Quanto tutto c'è su internet, tanto rumore, ma poi anche tanto silenzio, un oceano di silenzio, addirittura silenzio suonato, parlato. Nelle cuffiette questa trasmissione radio trasmette un senso di raccoglimento, di rannicchiamento sotto la copertina. E' più confortante del riso di un amico immaginario, l'ascolto di Battiato che salmodia (brevemente, eh), nel suo improbabile inglese, per spiegare a chissà che platea statunitense di cosa parlano le canzoni che propone di volta in volta. Sembra un guru indiano che redime le legioni di materialisti yankee.
Sembra un po' anche la versione laica-ma-mistica di "Ascolta si fa sera".

Tutto questo si trova qui:
http://www.kcrw.com/music/programs/mb/mb091014franco_battiato
Anche il podcast, la registrazione in video, il razzmatazz. Ascolta.

Monday, 19 October 2009

Il tamburo da latte

Ho incorniciato e appeso in camera da letto questa foto
che è la prima cosa che vedo quando mi sveglio.

Vedete, io non sono questo blog. Sono quantitativamente molto più di questo adorabile siparietto dell'ego che è un blog, che vuole ansiosamente essere il best of. Irving Goffmann ci sguazzerebbe, nei blog. Giardini verdissimi e tosati con cura, appena appena declinati per rientrare negli standard di questa o di quella subcultura. Siamo tutti impegnati a definirci come individui singoli, pazzi pazzi, originali, e contemporaneamente cerchiamo disperatamente un gruppo di appartenenza. Che tu sia al circolo del tennis, che tu sia al Gran Galà, che tu sia su Facebook o che tu sia il ragazzino che non gioca mai a pallone e se ne sta in disparte, stai solo cercando il tuo posto e il tuo ruolo nella società.
Sono sicuro che anch'io, nella mia apparente sociopatia imperante, sto disperatamente cercando di definire la mia razza come animale sociale. La fortuna è che ogni individuo tende a reputare se stesso degno di un qualche interesse proprio perché non riesce a conoscersi, ad auto-esplorarsi fino in fondo, e se ci prova trova infiniti rivoli di possibilità, spesso in contraddizione tra loro, e tutto questo sbattersi per capirsi fa sembrare l'esistenza meritoria di essere vissuta. Naturalmente l'esistenza è meritoria di essere vissuta per se, senza alcun bisogno di legittimarla. Ma anche quest'ansia di legittimare tutto è tipicamente umana. Un sasso nelle viscere della terra non cerca di darsi e dirsi un perché. E per questo lo invidiamo un sacco, un sasso.

Di conseguenza, quando ho cominciato a suonare la batteria, ho tratto grande beneficio fasullo dal domandarmi "ehi, ma perché vuoi suonare la batteria?" . Il post precedente è un esempio di blando tentativo di definire un perché di questo tipo. Polistrumentista da spiaggia? Ok, è una spiegazione un sacco simpa. Ma da allora me ne sono date altre, di volta in volta in volta collocate dalla mia mente infinitamente protesa alla classificazione come "serie", "facete", "mistiche", "eccetera".

Spiegazione salutista. Mi sono messo a suonare la batteria perché ho smesso quasi qualsiasi altra attività fisica. Pestare come un dannato su un drum kit (di plastica e gomma, ricordiamolo - è il drum kit controller di Beatles Rock Band, non una batteria vera) fa sudare, rende il piede e il polpaccio destri doloranti, offre insomma una percezione del sé.
E stiamo già virando verso la bolina della spiegazione mistica. I suoni percussivi interessano i chakra bassi, la radice del proprio Vero sé, l'unica cura possibile contro i voli pindarici, contro gli eccessi dell'ego che ci rende "tutta testa". E invece c'è bisogno di essere come alberi fronzuti, ben radicati al suolo, sebbene con le fronde più alte che bucano le nuvole. Misticheggiando, è chiaro anche che il ritmo di batteria è come un mantra, e infatti mentre si suona ritimicamente la performance beneficia dall'assenza di pensieri, mentre, sei ci si sofferma a cristallizzare impressioni e sensazioni in pensieri più strutturati, il ritmo naturalmente s'inceppa.
Rifacendosi agli insegnamenti di G.I. Gurdjieff, poi, va detto che l'indipendenza tra gli arti cui costringe un drumming di un certo livello rappresenta un'ottima cura contro l'assenza da noi - è percependo le nostre parti come indipendenti che riusciamo a vederne l'unitarietà complessiva.

Tutte interpretazioni possibili. Grazie tante - sono interpretazioni. Per forza che sono possibili. Ma la realtà? La realtà non la so, così come non so la batteria. So che sapere sempre di più la batteria non mi farà sapere sempre più la realtà. Ma so che, in questo momento, ha il potere di togliermi i pensieri in merito a cosa sia o cosa non sia la realtà. Bang. Via tutto. Bang. Bang. Bang. La rullata di Come Together. Tum tum takatatak, tukututukututuktum tum tum ecc ecc. Non riesci veramente a distrarti, è già molto se riesci a pensare "rullata". E' il vantaggio di non avere dimestichezza alcuna con lo strumento. Puro apprendimento. Imparare serve a questo, suppongo. Ad assorbire i pensieri superflui che brufolano e grufolano nel porcile della mente. Non esiste il topexan definitivo - a parte la lobotomia o l'oppio - ma è bello che esistano infinite cure temporanee all'eccesso di mentale. Oggi è la batteria, domani chissà. Infinitamente approssimativi, scostanti, volubili. E' evidente che stiamo cercando tutti qualcosa, e che lo stiamo cercando con tutti i mezzi. Bang. Bang. Bang. E meno male che non è di latta, il tamburo da latte, sennò poi li senti i vicini che lo sentono, e che sicuramente non estimano né Grass, né i Beatles. E' così difficile scrivere in un blog del fatto che, sostanzialmente, bisognerebbe scrivere di meno in un blog e picchiare di più sul rullante, con un piglio incurante, alla ricerca del non-sé(nso).
Sicuramente sarebbe meglio andare giù pesante sul rullante che non nei post, che richiederebbero un po' di leggerezza e di stupidità.

Monday, 7 September 2009

Cosa penso di
The Beatles: Rock Band

Ho fatto una recensione del gioco per un sito, ma in effetti è venuto fuori esattamente un post di questo blog. Quel tono, quell'atmosfera che sa di Paperback Writer. Potete leggerla a questo indirizzo. Per il resto, possiamo mostrarvi quale spirito dovrebbe aleggiare dall'altra parte dello schermo: non dentro, ma fuori. Come giocherebbero i Beatles a The Beatles Rock Band? con che atmosfera?

Incredibile: quella periferica Hofner Bass Controller in mano a Paul sembra vera.

Thursday, 3 September 2009

Cuesto obrigado tanta mucho
que can eat it Carosello

Forse dovrei parlarvi del fatto che ho curato questa roba qui, piuttosto, ma chissà come non ne ho voglia. Invece di farmi pubblicità, cosa che ho appena fatto, meglio farsi una pubblicità altrui, farsela nel senso di quasi accoppiarcisi. Vediamo un po' dei fotogrammi salienti della pubblicità di The Beatles Rock Band che vi ho presentato ieri.
L'avete riguardata? Dai, è simpa.
Allora. Qui sopra ci sono dei piedi nudi. Uno dei fulcri della teoria simbolica del Paul is Dead: ehi, Paul è scalzo sulla copertina di Abbey Road, è chiaro che Paul è morto. Tutte le persone scalze, sotto sotto, lo sono. I pubblicitari, noti complottisti, si tuffano come un pesce nel brodetto e partono con i piedi di Paul. Possiamo dire Piedi Iconici Davvero? P.I.D.


L'obiettivo dello spot è subito evidente: animare la copertina di Abbey Road. Per l'avventore occasionale è un'idea carina, per il fanatico beatlesiano è una fatica erculea, visto che è noto (notissimo!) come quel giorno, 11 agosto 1969, non siano stati girati filmini e filmetti inerenti il servizio fotografico per la copertina di Abbey Road. Animare l'inanimabile, insomma, a colpi di schermo blu, Chroma Key o come si chiama. Già qui, cliccando e ingrandendo l'immagine (potete farlo perché ho trafugato un filmato dello spot in HD vera non compressa e l'ho fotogrammato, Fuck YouTube), potete rendervi conto di quanto siano appiccicati in computer grafica quei quattro, misto di facce Beatles e corpi di chissà chi. Frankeinstenoso, ma avendo a che fare con ben due cadaveri su quattro, come potrebbe essere altrimenti?

Questa è la chicca che sdogana veramente lo spot presso i Beatelsati Deteriorati. Questa falsa soggettiva vuole esprimere il punto di vista over the shoulder o on the shoulder, come in Hey Jude, di Paul Cole. Paul Cole è il tizio che si vede nella cover di Abbey Road, in fondo a destra. La storia è carina: si trattava di un turista americano in gita a Londra con la moglie che, stufo della moglie e dei musei londinesi, ha preferito fermarsi a chiacchierare con un poliziotto, ed è finito casualmente nello scatto. Si è accorto della cosa solo quando, a Natale 1969, alla sua famiglia venne regalato il disco.
Back to the spot, comincia a arrivare gente, che riempie la location - interamente ricostruita in computer grafica partendo da altre foto, quelle sì, realizzate quel giorno dal fotografo Ian McMillan, prima e dopo lo scatto fatidico.

I primi due della fila si accorgono che qualcuno ha invaso la loro santa copertina. La faccia di Ringo potrebbe esser presa da qualsiasi posto: Ringo è Ringo. Sospettiamo da qualche unreleased footage di "Let it Be". John invece mi puzza di autentico sosia. Perché sbattersi col computer quando bastano un naso un po' adunco, una barbona, dei capelli ad attaccatura alta e un paio di occhialini per tirare fuori un John 1969 decente?

Ah, questo era facile: è preso da l'ultima ripresa tutti insieme dei Beatles, 22 agosto1969. quello sulla sinistra infatti è Ringo, anche se ovviamente la pubblicità taglia prima di farlo verdere. Diventa così un tizio X tra i tanti che stanno invadendo Abbey Road.

Tiè, uomo morto del passato resuscitato in CG. Guarda cosa ti sei perso per un paio d'anni: le chitarre finte che non ci puoi fare nient'altro che giocare! Forte, no? (Probabilmente George aveva in casa Guitar Freaks di Konami da anni, perché George è veramente un figo!)
Toto-sosia: lo è o no? Io direi no-sosia, per una semplice ragione: la grandezza del manico della chitarra, che qui è grande come quello di una vera Gibson. Lo è, è una vera chitarra, estrapolata, insieme a George, chissà da dove. Direi dai filmati girati nel 1971 a casa di John, mentre registravano Oh My Love. Potrebbe essere, no?

Ehi, ma quello sulla maglietta è Shiva? Shakti? Krishna? Brahma, direi. Dev'essere una clausola contrattuale: da quando George è morto, qualsiasi cosa Beatle ha il 15% in più di India. Prima lo prendevano in giro, soprattutto Paul. Alla fine di Whitin You Without You, in Sgt. Pepper, je ridono proprio dietro, povero George. Non più! Now with more India.

Prima la bambina, poi il bambino. Battono sul fatto che è un gioco per tutti, che i Beatles sono per tutti. Come tutte le cose per tutti, la roba Beatles viene sempre ritirata fuori qualche mese prima del Giorno del Ringraziamento/Natale. Ma se è per tutti, perché non tirarla fuori, chessò, a maggio? Forse perché maggio non è ecumenico. Però è mariano. (canticchiare, a piacere, o Lady Madonna o il tema di Super Mario Bros.).

Ok i bambini, ma ci vuole anche una sventola che sventola. Quella voglia di "Hair". Tira più un pelo di "Hair" che un carro di "A Chorus Line", di questi tempi. Notate come hanno vestito le comparse in modo che siano vestiti plausibli per gli anni Duemila, ma non implausibili per il 1969, almeno da un punto di vista cromatico.

All together now. Bambini, donne e anche vecchi. Perché ricordiamocelo che 'sti dischi hanno quarant'anni. Io quando ascoltavo i Beatles nel 1989 pensavo wow, Abbey Road ha vent'anni e mi pareva una cosa gerontofila. Ora penso che hanno 25 anni i dischi dei Duran e mi prende un po' male.

Ooh, un vero John, probabilmente da quel concerto Live Peace In Toronto 1969. La faccia lo conferma: in quel concerto era strafatto di coca. Mmmh, questa però non è la faccia di uno strafatto di coca. Troppo felice, troppo passivo.... boh! Di certo è fine estate 1969. Puoi misurare i Beatlesmesi dalla barba.

Ma tanto, dopo tutto 'sto tempo, che diffenrenza fa: sosia, computer grafica, pongo. E' stato tutto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana. Guardate il figlio di Han Solo sulla sinistra, infatti.

Avete visto "The Magic Christian", con Peter Sellers e Ringo Starr? Dovreste. Non un best sellers, ma pieno di starr. E con uno dei tuffi più significativi della sotria del cinema. E non ci sono vecchie in sari o bambini con la chitarra di plastica.

Curiosamente, per tutta la gente che hanno aggiunto e per Paul Cole che hanno lasciato, sono stati tolti tre tizi che si intravvedono sulla sinistra in fondo nella copertina di Abbey Road.

Certe idee sono stupide sulla carta, ma sulla strada funzionano.

Qui volevo solo farvi notare che il logo ESRB che segnala l'età consigliata appare ben prima...

... di tutto il resto della schermata finale. Strano. Se in cinque secondi qualcuno non scopre che si tratta di un indizio della morte di Paul, vuol dire che Internet non è più la stessa di cinque secondi fa.
Ah, qualcuno ha capito il mash-up contenuto nel titolo del post? Non che capirlo, o escogitarlo, ci renda persone migliori. Anzi.
Voglio questo gioco. Allora la pubblicità funziona.

Tuesday, 1 September 2009

Più rimasterizzati di Gesù Cristo



Innanzitutto i fatti. Il 9-9-9 escono contemporaneamente:

- The Beatles Stereo Box. Tutti i dischi remasterizzati. Ho sentito diversa roba in anteprima. Fa paura. Se penso che ho ascoltato per vent'anni i CD dei Beatles mixati in stereo con un'accetta, e ogni volta che sentivo Strawberry Fields pensavo di essere diventato sordo, con metà strumenti da un lato, metà dall'altro... Ora è tutto stupendo. Viva la tecnologia.

- The Beatles in Mono. Hanno remasterizzato anche tutti i dischi mono. Ero dubbioso, ma i primi recensori dicono che tutti i dischi dei Beatles concepiti espressamente per il mono danno il massimo nel remaster mono: per quanto quello stereo sia stratosferico, deve ricostruire una dimensione acustica che non esisteva e non era prevista. A questo punto, toccherà prendere i CD in stereo e i vinili in mono. Solo che i vinili remaster non vengono lanciati adesso, né sono stati annunciati, anche se ufficiosamente si sa che usciranno (non appena i collezionisti avranno comprato i CD, lamentandosi della mancata re-issue dei vinili).Giustifica
- The Beatles Rock Band. Il videogioco dei Beatles. Guardiamo la pubblicità di The Beatles Rock Band, di cui parleremo in seguito. Sia della pubblicità, sia del gioco.



Fa ancora il suo effetto, quella frase estrapolata dal contesto di John Lennon, quella in cui definiva il suo gruppetto come più famoso di Gesù Cristo. E vabbé. Secondo me, comunque, i Beatles sono per molte persone una religione tanto nel senso funzionale quanto nel senso deteriore del termine.
Nel senso funzionale, perché tramite la loro musica, in particolare suonata, ma anche ascoltata, mi portano verso una dimensione spirituale completa, deliziosamente adagiata su tutti i Chakra, dalle pulsioni più primitive e basilari del blues di Come Together fino ai panorami eterei di Dear Prudence o Here Comes The Sun. Il tutto al prezzo di dogmi tutto sommato accettabili: una vaga nostalgia, un disamore per le Fender, una generica lamentosità verso i Dari.

I Beatles sono però una religione anche nel senso deteriore: il loro carisma è tale che finisce per diventare il protagonista dell'adorazione piuttosto che uno strumento per una devozione più alta (a se stessi, scevri del proprio ego, come riflesso del Tutto, suppongo, ma non vorrei mai suonare troppo fricchettone). Tutta la cospirazione di Paul che è morto è un esempio di questo maniacale bisogno umano di costruire un culto attorno a ogni fonte energetica, tendenzialmente soffocandola, addirittura uccidendola, anche solo nel mito, per assurgerla a divinità. La storia non la sto qui a ripetere, tanto sarà giunta anche ai vostri padiglioni. Va però detto che la letteratura in materia continua a crescere, diventa decostruzione, parodia seria della decontestualizzazione faceta, deocntestualizzazione faceta della parodia seria, King da King, Sun da Sun e insomma c'è ggente che sta male, come per esempio questo collettivo abbastanza indecifrabile interamente devoto a un esoterismo "Paul Is Dead"-oriented. Per i fan dei Beatles più marci sarà divertente, vagamente inquietante, anche, questa espansione del culto sì fantasiosa. Ma tanto più fantasiosa del "P.I.D." originale? Ma no, dai. E' sempre lo stesso canovaccio cospirativo, solo che, in epoca di velocità mediatica bruciante, perfino l'esoterismo deve diventare pret-à-porter, va confezionato di post in post giorno per giorno o quasi, non si può più limitarsi a una leggenda di quarant'anni fa, le leggende metropolitane sono stecchi vecchi che vanno fatti fiorire con il rapido florilegio delle leggende internettiane.
E se John è morto, George è morto, Paul is dead e Ringo si tocca le balle, e se la musica dei Beatles è finita, remasterizzata, stramasterizzata... la si può nondimeno remixare all'infinito, who cares, come fanno i geni dei mash-up (consiglio
The Beatles Remixers Forum, schivando gli esempi più famosi che potete trovare da voi).

Per fortuna che esistono i blog: una volta avrei cercato di infilare queste ruote libere a forza dentro qualche rivista di videogame.

Domani la seconda parte, con un egregio esempio della mia religiosità beatlesiana deteriore.

Sunday, 13 January 2008

Convertitevi

Oggi vi faccio ascoltare
la prima canzone di questo disco del 1969.

Non avevo mai sopportato Elvis. Lo trovavo tronfio, puerile, imbalsamato nel suo ego e posticcio. (E con brutte font sulle copertine). Poi sono successe un sacco di cose più o meno misticheggianti, e ho realizzato quanto sia vero che negli altri ci danno fastidio le cose che non sappiamo accettare di noi. Et voilà, ho visto la luce e mi è venuta una irrefrenabile voglia di ascoltare Elvis. Tanta. Tantissima. Fino al punto da affondare le orecchie nella serie Follow That Dream, che è tipo l'Anthology dei Beatles, solo che invece di essere composta da 3 doppi CD ne conta già una settantina (e ne escono 10 "nuovi" l'anno). A riprova che Elvis continua a sfornare inediti nascosto in un bunker ad Agrate Brianza (in bunker sharing con Jim Morrison, che però preferisce passare il tempo col Wii).
Ma lasciamo perdere gli inediti: ora che sono stato salvato, ovviamente voglio pedantemente profondere la beatitudine salvifica a tutto il mondo. E dunque occorre cominciare con oculatezza. Oppure con questa canzone, consigliatissima per i risvegli difficili - in senso mistico o meno. Wahe guru!


Tuesday, 8 January 2008

Happy nobirthday, Elvis

Elvis (1956), photo by Albert Wertheimer

Passi che non si può più dire "Forza Italia" senza che venga in mente Berlusconi. Il mio problema, oggi, è che non posso più dire "Buon compleanno, Elvis" senza pensare a Ligabue. Oggi è il compleanno di Elvis che, siccome non si capisce mai se è vivo o no, se ha lasciato l'edificio o no, allora può benissimo essere un non compleanno. E allora buon non compleanno, Elvis.
Per celebrare, andate a trovare Ted Disbanded: il sito con più Elvis dentro senza essere un sito su Elvis. Sono certo che Ted non farà un post sul non compleanno di Elvis. Che, se ci pensate, è perfetto.

Elvis has ecc ecc.

Sunday, 14 October 2007

An exoteric evening with Jeff Minter

Andrea Babich, Jeff Minter,
coloured marking pens, circa 1996

René Guenon wouldn't call Jeff Minter an exoterist. Maybe Crowley would. Still, for me as a young kid, the obscure references he put into his games were a pleasure to decode. Ok, they aren't THAT obscure, since they fall into one of three categories:
a) psychedelic music
b) Atari/Williams games from the 80's
c) drugs.

Still, if Atom Earth Mother is the first CD I bought, it's all Jeff's fault. So,
ten years after the golden age of Jeff 8-bit games, I made this drawing to celebrate the dark side of the Minter. To add some subliminal spice to the coloured marker soup, I used the secret alphabet of Bubble Bobble, still one of the most illuminating examples of "light exoterism" in games. I'm not sure if I used it correctly: at the time, I had to try and remember it by heart. If you want, have fun and decode it, then post the solution to the riddle!
Speaking of Minter, here's my present for you: the Llamatron 2112 game for PC, which you can download by clicking here. I'm pretty sure you won't be able to play it, thanks to modern operating systems which don't support MS-DOS correctly. Talking about exoterism - having a game you can't play is like having a Emerald Tablet you can't decyphre! And I still haven't lost that taste for subliminal messages! Sat Nam.

Friday, 14 September 2007

Lou, drugs & videogames

Hey Lou, take a walk on the Nintendo side.

Please, take a look at this Lou Reed video interview (it starts at 4:00, actually). Sometimes I think that the drugs don't work. Sometimes I think that the problem is not that the drugs are wrong - it's people who are wrong, because they expect something from drugs (I'm talking of every kind of drug), putting themselves in the passive role of objects, rather than in the active role of subjects. Look at the Lou Reed interview over here. Is he doing a good use of drugs? Is he really on drugs? Does he look like a fool? Or more like a wise man? Both? Lou would say "I just don't care at all" (at 1:18). And that's his bastard mighty strength.

What is not very well known is that in the early Eighties Lou became a videogame addict. He had Atari, Intellivision, and, as a arcade habitué, he held an outstanding record at "The Rolling Stones" pinball. His videogame addiction has been reported in "Transformer", a biography by Victor Bockris, for instance. You can find further proof of it in the 1984 album New Sensations: cover and bleepy sounds apart, songs like My Red Joy Stick and Down at the Arcade tell it all about how influential games could be. And what a bad influence it was: New Sensations is, in my opinion, the worst Lou Reed album.

Think of it. Lou Reed could survive heroin, but videogames could kill his inspiration so easily. I don't need to think of this scary parable to remind myself how dangerous videogames can be. But it helps.

(Thanks to Gizu for inspiring this post).